Un’intervista a Henning Mankell

Henning Mankell, famoso scrittore svedese, ha partecipato al Palestine Festival of Literature. Gli ho chiesto se mi concedeva un’intervista e…ha detto di sì!!!

Quando sono rientrata in Italia dal Perù, lo scorso anno ad aprile, nelle librerie troneggiava un tomo dalla copertina vivace, in prevalenza rossa, titolato “Il cinese”, di tale Henning Mankell. Mai sentito prima, e non me ne sono granchè curata. Nello stesso periodo ho trovato nella libreria di Alessandro, mio figlio, un tascabile dal titolo “Muro di Fuoco”, sempre di Henning Mankell. Gliel’aveva dato mia madre, che voleva ringraziarlo di tutti i gialli di Agatha Christie che lui le aveva passato. L’ho letto, e mi ha incantata. Sono andata a cercare qualcosa su questo scrittore, e ho scoperto che non solo è un giallista famosissimo, ma è anche un espatriato. In parte almeno. Perchè Henning Mankell ha scelto la sua seconda casa in Mozambico, dove vive metà dell’anno, e dove fa delle cose bellissime.

Mi sono buttata a capofitto nella lettura della sua serie del commissario Kurt Wallander, che adoro e che per fortuna non ho ancora terminato. Sapendo che Mankell non scrive più gialli di questa serie, me li sto centellinando. Comunque, a parte questo, qualche mese parlavo con la mia collega Silvia, che attualmente vive in Tanzania, e le dicevo che mi sarebbe piaciuto provare a contattarlo per intervistarlo per Expatclic. Esattamente un mese dopo è stato reso pubblico il programma del Festival Palestinese di Letteratura, e Mankell era tra i partecipanti!

La seconda edizione del Festival Palestinese della Letteratura si è svolta dal primo al sei maggio, e contrariamente alla sua controparte isrealiana, invece di convocare artisti e partecipanti in un solo luogo, si è mossa per tutto il Territorio Occupato, favorendo così la partecipazione dei palestinesi che non possono muoversi liberamente sulla loro terra.

Vi lascio immaginare la mia gioia e la mia eccitazione quando gli organizzatori mi hanno fatto sapere che Henning Mankell, che arrivava a Gerusalemme per partecipare al festival, poteva ricevermi per un’intervista. Io sono una grande fan della serie del commissario Kurt Wallander, ma sono anche al corrente del fatto che da anni Mankell divide il suo tempo tra la Svezia, di dove è originario, e il Mozambico, dove porta avanti interessantissimi nonchè lodevoli progetti. Da sempre avevo nel cassetto il sogno di intervistarlo, sostanzialmente per parlare della sua esperienza in questo continente che anch’io amo tanto. Il fatto di averlo potuto fare di persona è stato per me un enorme privilegio.

Ho intervistato Mankell nell’hotel in cui alloggiava a Gerusalemme. Era arrivato il giorno precedente, e la prima cosa che mi ha detto è stata che purtroppo non si sarebbe potuto trattenere a lungo in Palestina. Tuttavia considerava importante esserci, almeno brevemente, per dare il suo supporto al festival e alla causa palestinese. Penso che sia proprio il suo “esserci” a rendere Mankell il bravissimo scrittore e l’incredibile essere umano che è.

Come comincia la tua storia con l’Africa?

La mia storia con l’Africa risale a quando ero giovane. Avevo circa vent’anni quando ho cominciato a sentire il  forte desiderio di vedere il mondo lontano dall’egocentrismo europeo. Questa è la ragione che mi ha portato in Africa, ed è la stessa che mi spinge sempre a ritornarci. L’Africa mi ha fatto capire meglio il mondo e i tempi nei quali viviamo. Penso che mi abbia reso anche un Europeo migliore, perchè mi ha permesso di vedere il mondo da un’altra prospettiva.

Il mio primo paese è stata la Guinea Bissau, l’ho scelta perchè a quel tempo era la destinazione più economica. Era ancora una colonia portoghese all’epoca, quindi in realtà sono andato in Portogallo – dicevano proprio così, “Benvenuti in Portogallo“. Per fortuna i tempi son cambiati, in meglio.

Sono sicuramente cambiati in meglio, ma l’Africa continua a soffrire. Perchè?

Penso che dipenda da una combinazione di vari fattori. Innanzitutto l’Africa ha sofferto enormemente con la colonizzazione, che le ha rubato 400 anni di storia. Cosa sarebbe oggi l’Europa, se l’avessimo privata di 400 anni di storia europea? Non abbiamo  portato via solo i minerali all’Africa: le abbiamo rubato il tempo, lo sviluppo pacifico e paziente dell’essere umano. E adesso l’Africa ha bisogno di quel tempo. Dobbiamo darle la nostra pazienza, e il tempo che non abbiamo. Mi infurio di fronte al comportamento che abbiamo ad esempio quando pretendiamo  di introdurre la democrazia in un paese come il Mozambico. Gli diamo soldi, ci aspettiamo che facciano delle elezioni, e poi ci tiriamo fuori, dimenticandoci che a noi sono serviti cent’anni per organizzare la nostra democrazia. E’ un fallimento della nostra stessa memoria pretendere che l’Africa si sviluppi in un breve periodo.

Un altro fattore sicuramente importante è l’immagine che i mass media danno dell’Africa. Apri un giornale in qualsiasi paese occidentale e ti rendi conto che sappiamo tutti come muoiono gli africani, ma molto raramente sappiamo come vivono. Per me questo è una specie di tradimento nei confronti dell’Africa. Sicuramente ciò accade perchè l’Africa non ha un ruolo di rilievo nel mondo del business globale. Non ci importa nulla dell’Africa. Ma prima o poi le cose dovranno cambiare, perchè l’Africa è comunque parte del mondo. Se potessi tornare indietro tra cinquant’anni sono sicuro che troverei nel Mozambico un paese prospero. Hanno tutto in Africa, ma ciò di cui hanno davvero bisogno è tempo, e pazienza.

Quando mi chiedono cosa bisogna fare in Africa rispondo che tra tutte la cosa più importante è cambiare la situazione delle donne. Le donne africane hanno una responsabilità smisurata nella produzione di cibo e nel mantenere l’unità famigliare, eppure in politica non hanno nessuna influenza. Se la situazione delle donne non cambia, l’Africa non andrà lontano. Questa è davvero una delle cose che andrebbe fatta subito.

Mentre diamo all’Africa il tempo e la pazienza di cui ha bisogno, come ci rapportiamo alle tremende ingiustizie che le vengono inflitte, e al fatto che milioni di bambini muoiono per cause che in occidente costituirebbero tutt’al più un noioso problema passeggero?

Penso che sia molto importante ascoltare. Dobbiamo ascoltare i bisogni dell’Africa, e assisterla – assistenza intesa come una specie di risarcimento. Bisogna fare molto allo stesso tempo. Ho già parlato del potere alle donne; come scrittore mi sento di di dire che bisogna dare più importanza all’alfabetizzazione. Ci sono ancora milioni e milioni di bambini che non hanno accesso alla scrittura e alla lettura, che sono fondamentali per per tutti gli esseri umani. E’ incredibile che nel 2010 il problema dell’analfabetismo non sia ancora stato risolto. Dobbiamo convincerci del fatto che l’analfabetismo è come una pestilenza, perchè come fanno ad esempio i giovani ad accedere alle informazioni sull’HIV, se non sanno leggere?

Ho sempre creduto al proverbio che dice che una goccia fa un buco nella roccia. Non possiamo salvare il mondo, ma possiamo fare una differenza. Possiamo tentare di stare dalla parte giusta. E quando molte gocce cadono insieme nello stesso punto, fanno un buco più profondo. Questo non significa che a volte anch’io non mi senta impotente, che veda perfettamente che i cambiamenti che vorrei non arrivano, ma devo dimenticarmene, voglio credere che prima o poi le cose cambieranno. Se non crediamo in questo, cos’altro possiamo fare?

Una volta hai detto che dobbiamo cercare le differenze nelle culture, per trovare le somiglianze. Come applichi questo alla tua esperienza in Africa?

Posso raccontarti un aneddoto breve ma significativo su questa cosa. Una volta in Mozambico stavo guidando, e al mio fianco c’era uno dei miei attori di colore, che ha una pelle davvero molto scura. Abbiamo sfiorato un incidente grave, e ho visto il mio amico impallidire. Facciamo fatica a credere che una persona di colore possa diventare pallida, ma è così. Non me lo dimenticherò mai. Ridiamo tutti per gli stessi motivi, piangiamo tutti per gli stessi motivi, siamo tutti esseri umani, in qualche modo apparteniamo alla stessa famiglia.

Penso anche che l’Europa abbia perso la sua capacità di ascoltare. Andiamo in Africa con una valigia piena di discorsi, invece di arrivare e metterci ad ascoltare. Se vogliamo vedere dentro a una persona dobbiamo imparare ad ascoltarla. Penso che questo sia un problema enorme. Abbiamo perso la capacità di ascoltare. Ho lavorato così bene in Africa perchè ho ancora questa capacità. In tutti i venticinque anni di lavoro in Africa penso di non essere mai arrivato con una risposta, arrivavo sempre con una domanda. Questo è molto importante. E naturalmente bisogna ascoltare gli altri per capire se stessi. A quel punto si capisce che mentre si cercano le differenze si trovano le somiglianze. Penso che questo sia il bello di tutti gli esseri umani, apparteniamo tutti alla stessa famiglia.

Raccontaci del tuo Memory Project….
Anche questo progetto ha a che fare con l’alfabetizzazione. Dieci anni fa ho letto di un’iniziativa lanciata in Uganda. Qualcuno stava aiutando i genitori affetti da AIDS a raccogliere in qualche modo la loro storia, da lasciare ai figli. In Africa ci sono troppi  genitori che muiono di AIDS in giovane età, e i loro figli restano completamente senza ricordi. Sappiamo tutti che se non abbiamo ricordi dei nostri genitori diventa impossibile per noi capire chi siamo. Questo progetto mi ha talmente intrigato che ho deciso di andare in Uganda per scoprirne di più.

Un giorno mi trovavo in un villaggio vicino a Kampala, dove un sacco di gente muore di AIDS, e mentre parlavo con qualcuno ho notato una ragazzina che girava lì intorno – avevo l’impressione che volesse parlare con me. Aveva con sè un libro, stretto al petto, e quando alla fine ci siamo ritrovati a parlare, ho capito che voleva mostrarmelo. L’ho preso, l’ho aperto, e tra le pagine ho visto una farfalla blu, pressata. E la ragazzina ha detto: “Avevo una madre che amava le farfalle blu“.  Quello è stato probabilmente il libro più importante che io abbia letto in vita mia. Mi ha fatto capire che puoi dire chi sei in molti modi diversi. Ci ho visto un incredibile esempio della disperazione con la quale questa madre in punto di morte tentava di trasmettere qualcosa di proprio a sua figlia.

Il Memory Project intende raccogliere documenti dai genitori in punto di morte che vogliono lasciare le loro storie ai figli. A volte penso che tra 500 anni questi documenti  avranno una grandissima importanza.

Parliamo ora di Kurt Wallander: perchè non ti piace?

Non è che non mi piaccia, ma siamo piuttosto diversi. Penso che tratti le donne in modo strano, che non mi piace. Questo non vuol dire che mi stia antipatico, diciamo che non ho una grande affinità con lui. Ma è sicuramente più facile scrivere di una persona che non ci piace, si riesce a mantenere una migliore distanza. Ovviamente quello che importa è che piace a milioni di persone!

Dire che sei prolifico è dir poco – cosa ti piace fare di più?

Ovviamente scrivere, è la mia vita. C’è un uccello mitologico sudamericano che non può smettere di volare perchè se tocca la terra muore. Mi sento molto vicino a quell’uccello.  La creatività è il filo conduttore della mia vita. E’ tutto per me. Mi piace molto dividere i miei scritti tra romanzi, articoli, testi per il teatro. Ho appena finito un testo teatrale su Olof Palme, e adesso sto scrivendo un nuovo romanzo. Sto anche scrivendo una serie televisiva su Ingmar Bergman (la moglie di Mankell, Eva, è figlia di Ingmar Bergman, ndr). Come un contadino, cerco di coltivare varie cose, per mantere in vita la terra.

Il sito web di Henning Mankell: http://www.henningmankell.com

Leggete l’intervento di Mankell dopo aver partecipato all’edizione del Festival Letterario della Palestina nel 2009 (in inglese)

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