Vivo in un posto meraviglioso

Sono sempre stata fortunata nei miei periodi all’estero, perchè ho sempre abitato case molto belle e in posti meravigliosi. Gerusalemme non è stata l’eccezione.

Un anno fa arrivavo, in piena notte, in questa incredibile casa ai confini di Jabal al Mukabber, un quartiere di Gerusalemme Est, così chiamato perchè il secondo Califfo del Califfato Islamico gridava Allah Akbar proprio in questo punto. Mio marito, che aveva affittato la casa in nostra assenza, mi aveva detto che godevamo di una bellissima vista su tutta la città, ma non conoscendo il posto non potevo certo immaginare la grandiosità del panorama che avrei salutato al mattino e alla sera nei mesi a venire.

La seconda cosa che ho pensato è stata  dove avrebbero parcheggiato la loro auto gli amici invitati a cena o a una festa a casa nostra. Non ridete, questa è stata la mia preoccupazione, subito svanita appena ho spinto il cancello verde che ci ha introdotti in una sobria veranda con un grande ulivo nel mezzo, e poi in questa casa semplice, accogliente, dai pavimenti di marmo chiaro, le porte di legno bianco e ampissime vetrate su questa vista mozzafiato.

Ho sempre pensato che le case si impregnano dei sentimenti, dei vissuti e dell’atmosfera che i precedenti occupanti lasciano loro. E’ come se i muri assorbissero il positivo e il negativo di tutto quello che gli individui fanno e sentono nella protezione delle loro quattro mura. Nella prima casa nella quale ho vissuto a Lima, in Perù, non mi sono mai sentita a mio agio perchè, nonostante fosse oggettivamente molto bella, spaziosa e luminosa, io avvertivo un certo stridore, quasi un senso di aggressività nei suoi spazi. Era questa infatti la casa (l’ho scoperto poi) di un personaggio losco, trafficante di droga e traffichino, ammanicato coi politici più corrotti. Quella casa oggi non esiste più, l’hanno abbattuta per farci un piccolo edificio (brutto pure quello).

Tornando a Gerusalemme, questa casa mi ha comunicato da subito un senso di pace e di valori buoni e belli. Più tardi ho scoperto che è stata costruita da un ex ministro della salute palestinese, bravissima persona che all’epoca, prima di sposare una donna olandese e intraprendere una carriera diplomatica all’estero, organizzava in questa casa cene con pezzi grossi della politica palestinese. Quando è partito l’ha affittata, dapprima a una famiglia di espatriati inglesi, lui lavorava per le Nazioni Unite qui a Gerusalemme, lei come medico nella West Bank. Lei  ha anche scritto un libro sul periodo qui, nel quale parla con tantissimo affetto di questa casa . Dopo di loro è arrivata un’altra famiglia di espatriati, francesi questa volta, con tre bimbi piccoli, che hanno lasciato un segno del loro passaggio costruendo una casetta sugli alberi, e rendendo il giardino ancora più a misura di bambino di quanto già non fosse.

Non c’è un angolo di questa casa che non sia godibile e goduto. A cominciare dal giardino coi suoi splendidi alberi da frutta, continuando per le stanze, sobrie e a misura d’uomo, per finire con le verande, ideali per passare dei bei momenti con gli amici (o con gli animali).

La raccolta delle olive con Abu Anis

Ma non è solo dentro alle sue mura che questa casa trasmette gioia e serenità. La sua posizione nella città e gli abitanti delle case limitrofe completano il quadro. I nostri vicini appartengono quasi tutti alla stessa grande famiglia del nostro padrone di casa, e sono uno/a più delizioso/a dell’altra. A cominciare dal patriarca, Abu Anis, per finire con il figlio di Ahmed, un bamboletto di due anni che mi manda sempre grandi baci quando mi vede. Abu Anis vorrebbe che io andassi tutti i giorni a bere il caffè da loro e a imparare l’arabo parlando con lui e sua moglie. Non una cattiva idea, tutto sommato, considerato che la comunicazione verbale con la cara coppia continua a costituire un bel problema! Lui parla un inglese stentatissimo che gli esce frammisto a rantoli dati dall’età avanzata e dalla quantità di sigarette che fuma, lei parla solo arabo, e si ostina a rivolgermi la parola, mentre io la guardo impotente e ricorro a gesti tra i più fantasiosi per farle sostanzialmente capire che sono felice di averla come vicina. L’unica cosa che siamo riuscite a dirci e della quale sono sicura, è stata quando lei mi ha chiesto, durante una merenda organizzata in onore di mia madre qui in visita: “il papà non c’è più?” (baba maa fi?) e io ho risposto “non c’è più” (maa fi).

Con Abu Anis e sua moglie

L’incomunicabilità fa anche sì che io non sia ancora riuscita a capire com’è composta la famiglia, chi è figlio di chi, chi ha sposato chi, etc. Ho provato a chiederlo ad Ahmed, che è il vicino con cui abbiamo più rapporti per una serie di motivi, ma non sono riuscita a capire. Poco male, prima di considerarli zii e nipoti li considero persone, il che va bene.

C’è ad esempio Mohamed, che ha una grandissima passione per i cavalli. Tiene una cavalla bellissima di fianco a casa, e recentemente questa ha dato alla luce due puledrini. La cavalla la portano in giro regolarmente, e infatti spesso la sentiamo galoppare sulla stradina sotto casa, o nitrire quando la tirano fuori. Capita anche che nitrisca, dalla sua stalla, quando mi vede uscire di casa, e io lo prendo sempre come un bel saluto che mi rallegra la giornata.

La presenza di un gran numero di animali (oltre ai cavalli abbiamo un asino, una marea di gatti, cani, topi, bisce, etc.) unita alla grande varietà di piante (solo nel nostro giardino ci sono limoni, ciliegi, ulivi, noci, per non parlare delle rose, che raggiungono facilmente i due metri e mezzo d’altezza!) contribuiscono a rendere questa zona un angolo incantato e fuori dal caos e dalla tensione cittadina.

Un luogo in cui è davvero bello stare. C’è la bellezza della natura ma anche quella dei sentimenti umani semplici e immediati. La mamma di Mohamed mi prepara deliziose focaccine, e io la ricambio col tiramisù. Quando ho bisogno di un numero di telefono o qualche altra informazione, vado da lei, e so che si fa in otto per aiutarmi. Cerco di contraccambiare facendo loro capire come meglio posso quanto bello sia per me abitare nel loro quartiere e avere esattamente loro come vicini, una grande famiglia palestinese che nonostante tutte le difficoltà legate al vivere come palestinesi a Gerusalemme oggi, continua ad avere un cuore grande e brillante come il sole che illumina la loro bellissima terra.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. maaleesh ha detto:

    leggo solo oggi. gente meravigliosa, sempre. come, forse, pochi altri popoli. mi viene in mente il quartiere dove abito in Italia, i miei hanno casa li’ da 30 anni e, credimi, a parte qualche rara eccezione (2 vicine di casa, guarda caso che hanno abitato nello stesso appartamento), mai messo piede in casa di altri! e mi mette tristezza…

  2. Mammamsterdam ha detto:

    Casa mia l’ hai vista e forse sai che ci piace anche fare scambi casa durante con le vacanze, non tramite agenzie ma tramite persone che in qualche modo conosciamo. Stare a casa, anche delle vacanze, di qualcuno, vedere come hanno sistemato le cose, i libri che leggono (a volte sono gli stessi che ho io), parlare con i loro vicini o il loro panettiere mi dà l’ idea di conoscerci meglio. Invece ultimamente una serie di amici mi hanno sconsigliato di ospitare quando non ci siamo anche noi, perché non sai che vissuto hanno queste persone e che tipo di energie lasciano dietro e che per questo i bambini dormono male. Non credo alle persone sbagliate che possono infestarti casa, credo come dici tu alle emozioni di chi c’ è in casa tua, e insomma, sono molto perplessa, ma mai rinuncerei ai miei scambi, che alla fine sono meno dettati dall’ economia quanto proprio dall’ idea del dare e avere per comunicare. (Tu che hai cambiato più case di me, cosa ne pensi?)

  3. claudialandini ha detto:

    Carissima,
    io credo che una casa che viene donata, che esprime la gentilezza d’animo dei suoi proprietari, che incarna la bellezza dello scambio, si impregni di questa energia positiva e non certo di quella negativa che potrebbe arrivare da qualche ospite transitorio che ci passa un breve periodo. Credo anche che ci fa scambio di case sia rispettoso in generale, prendere in prestito la casa di qualcuno mentre dai la tua significa trattare la casa prestata come vorresti veder trattata la tua. Poi chiaramente dato che il mondo è bello perchè è vario, ti può sempre capitare la brutta esperienza, ma se non si rischia un pochino nella vita, non si vive più! Io le mie case non ho mai potuto scambiarle per un sacco di motivi e impedimenti logistici, ma chissà in futuro…tu intanto continua così, non mi dimentico sai che hai aperto la tua porta a me e ai miei figli senza nemmeno averci mai visti in faccia…sei una forza, un abbraccio grande…

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