Gabi Baramki

Ho scoperto recentemente e per caso che Gabi Baramki ci ha lasciati a fine agosto dello scorso anno. E’ morto lottando.

uk-flagLa triste notizia mi era sfuggita perchè in quel momento ero in vacanza in Italia. Poco tempo fa stavo guidando a Gerusalemme con Suad Amiry, scrittrice palestinese. Siamo passate di fronte a quello che oggi è il Museum on the Seam e lei mi ha detto che Gabi era morto. La notizia mi ha intristita profondamente. Avevo visto Gabi Baramki all’Educational Bookshop per il lancio del suo libro Peaceful Resistance, ed ero rimasta profondamente colpita da quest’uomo, che con tutta la dignità che un essere umano può mostrare, aveva espresso la sua indignazione per il permesso di 48 ore che gli era stato accordato per “problemi di salute”. Gabi era uno dei tanti obbligato a lasciare Gerusalemme, la sua città natale, nel 1948, e ci poteva tornare solo se l’amministrazione israeliana decideva di lasciarlo entrare, e per quanto tempo.

Baramki ideas.inddHo visto molti lanci di libri all’Educational Bookshop e altrove da quando sono arrivata a Gerusalemme, ma nessuno mi ha lasciata un tale senso di impotenza e tristezza come quello in cui Gabi ha presentato il suo libro. Gabi ha dedicato la sua vita a lottare per i diritti umani, quindi i diritti dei palestinesi, la libertà di pensiero, e un’istruzione libera. Il suo libro, che ho divorato, racconta la storia dell’Università di Birzeit, in Palestina, dove Gabi è stato rettore per diciannove anni. Rideva, durante la presentazione, ricordando i momenti caldi, quando l’esercito israeliano entrava nella struttura dell’università, e lui veniva spessa convocato e minacciato dall’amministrazione israeliana, che spesso gli impediva di lavorare. Peaceful Resistance è la toccante storia di un’istituzione universitaria, delle persone coraggiose che la frequentavano (o ci tentavano), e dell’uomo che non si mai risparmiato per dipingere un futuro migliori per i suoi studenti sotto occupazione.

Gabi3La casa in cui viveva la famiglia Baramki era stata progettata e costruita da Andoni Baramki nel 1934. La famiglia l’ha persa per sempre nel 1948. Quando nel 196 Israele ha invaso e occupato la porzione di Gerusalemme controllata dai giordani, furono tolte le barriere di separazione, e i palestinesi tornarono verso le loro proprietà, convinti di riprenderne possesso. La casa dei  Baramki, come il resto delle case che erano state usurpate, non fu mai restituita. Era servita come posto militare dal ’48 al ’67, e poi trasformata in quello che inizialmente era stato chiamato Tourjeman Post Museum, oggi Museum on the Seam. I danni inflitti alla costruzione durante la guerra sono ancora visibili, e vengono mantenuti come simbolo – di cosa esattamente non mi è chiaro. Comunque sia, ad Andoni Baramki non fu mai più permesso di mettere piede in casa sua, e Gabi ha potuto entrarci solo quando fu inaugurato il museo. Suad Amiry mi ha raccontato che in quell’occasione è stato chiesto a Gabi di pagare il biglietto d’entrata al museo. Posso immaginarmi il senso totale di rabbia e frustrazione che deve aver ingoiato Gabi prima di voltare le spalle alla ragazzetta israeliana alla cassa, e andarsene.

Qui trovate un articolo completo e affascinante (in inglese) sulla storia della casa e della famiglia, e questo è il sito web del Museum of the Seam. Notate cosa dice dell’edificio alla fine della pagina (la traduzione è mia):  “Il Museo è situato in un edificio che fu costruito nel 1932 dalla famiglia Barmki (scrivono il nome sbagliato, ndr). Dopo la guerra del 1948 e fino alla guerra dei sei giorni del 1967, l’edificio è servito da posto militare al confine tra Israele e la Giordania vicino al  Mandelbaum Gate che connetteva la città divisa”. Quello che non dicono è la vera storia di esproprio e violenza su cui è costruito il museo. Ci ero andata per vedere una mostra quando ero appena arrivata a Gerusalemme. Non conoscevo la storia della casa, nè Gabi Baramki. Ora che so, non visiterò mai più quel museo. Lo devo alla memoria di un uomo straordinariamente dignitoso, che è morto con un dolore nel cuore pesante come i colpi di mortaio che hanno danneggiato la casa in cui un tempo viveva la sua famiglia.

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