Perchè è diverso

Vivere in Palestina è un’esperienza unica e molto difficile da comunicare. Provo a farlo raccontandovi questo.

L’altro giorno io e mio figlio stavamo leggendo e scrivendo nel nostro salotto, quando la quiete del pomeriggio è stata improvvisamente rotta da grida e altri rumori nella strada. Siamo andati sul balcone e abbiamo visto un gippone che entrava nella nostra tranquilla stradina. Ne sono scesi due poliziotti, fucili alla mano, che hanno cominciato a correre  nei giardini dei nostri vicini, in evidente frenetica ricerca.

Viviamo a cento metri da una porzione di muro che circonda la West Bank, e succede spesso di vedere dei giovani (non ho mai visto una donna farlo) saltare per entrare a Gerusalemme. I controlli sono serrati, e quello che è successo l’altro giorno è che i poliziotti stavano controllando quella parte di muro, quando hanno visto due giovani saltare. Non han dovuto cercare a lungo – un ragazzo è stato preso subito, e spinto brutalmente sul gippone. I soldati erano molto nervosi mentre cercavano il secondo, e correvano di qui e di là urlando e battendo furiosamente sui cancelli delle case.

Io dico sempre che la mia esperienza qui a Gerusalemme è diversa da qualsiasi altra trascorsa all’estero, ma quando mi chiedono perchè, mi è difficile spiegarlo. Ho vissuto in paesi a rischio di guerra, rivolte, e con alto tasso di violenza. In Sudan, non ho potuto volare fuori dal paese due volte di fila per tentati colpi di stato. In Congo, sono dovuta scappare in piroga con i miei due bambini e mia madre. Ma mentre stavo sul balcone l’altro giorno, ho capito che mentre in Africa queste cose possono succedere (e a volte succedono), qui son quattro anni che viviamo ogni singolo giorno con questo tipo di tensione e di violenza.

Mio figlio aveva in mano il cellulare e mandava sms agli amici. Ad un certo punto un soldato ha guardato in su e i nostri sguardi si sono incrociati. Ho detto a Mattia di mettere via il cellulare. E all’improvviso mi sono resa conto della follia di tutto ciò: cosa stavo facendo sul balcone, dicendo a mio figlio di diciassette anni di mettere via il suo telefono? E’ una conversazione che vi aspettereste tra una madre e un figlio in un bel pomeriggio di sole?

Non voglio certo dire che mi pento di esser qui. Vivere a Gerusalemme mi ha insegnato più sulla vita di quanto probabilmente ho imparato nella mia vita precedente. Ma non è normale – ed è proprio la normalità che arriva a permeare questa follia, quando vivi qui da tanto, che rende l’esperienza così difficile da spiegare.

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