Preparandomi (o no?) a partire

Tra poco lascerò Gerusalemme, dopo più di quattro anni. Mi sto preparando a partire. O no?

uk-flagAppena Chris comincia a suonare il violino, i miei occhi si riempiono di lacrime. Sono seduta nella stanza della  Scottish Guesthouse, dove è appena cominciato l’incontro mensile della Jerusalem Expat Network. Come ogni secondo martedì del mese, donne (e un paio di uomini) di ogni background e nazionalità si sono riunite per chiacchierare, scambiarsi informazioni, e farsi nuovi amici; la presidente ci ha aggiornate sulle attività dell’associazione e adesso  Chris Jenkins, direttore della fondazione Barenboim-Said, ci parlerà di tutto quello che l’organizzazione fa nella West Bank. E’ il nostro ospite del mese, uno dei molti che abbiamo accolto in questa stanza, e che ci hanno aperto una finestra su questa terra.

Oggi sono commossa, perchè penso a tutte le volte in cui mi sono seduta in questa stanza negli ultimi anni, e in particolare alla mia primissima volta, più di quattro anni fa, quando sono stata accolta da donne che sarebbero diventate amiche intime e avrebbero riempito di significato il mio soggiorno a Gerusalemme. Quella volta mi è stato chiesto di alzarmi e presentarmi, e di dire perchè ero a Gerusalemme e quanto tempo sarei rimasta. All’epoca non sapevo niente, e mi sembrava tutto così complesso. Poi son passati i mesi, e la JEN è diventata parte della mia routine; grazie a lei mi sono fatta amici, ho scoperto un sacco di cose interessanti su questo paese, ho fatto cose divertenti, e ho messo i miei talenti a disposizione di un’ampia comunità.

Adesso ogni volta che una nuova arrivata viene agli incontri, e le chiedono di alzarsi e di presentarsi, sento un pizzico d’invidia. “Mi chiamo Laura, sono qui per questo e quello, e ci starò almeno tre anni”. TRE ANNI. Un periodo che mi sembra immenso, infinitio. E non so se la invidio di più perchè deve ancora scoprire un sacco di cose che io ho già fatto mie e che adesso do per scontate, o perchè ha il privilegio del tempo davanti a sè.

gerusalemme
Il mio primo giorno a Gerusalemme

Presto partirò per sempre, e sono entrata nella fase di elaborazione. Faccio una lista delle cose che avrei voluto fare e non ho fatto, della gente che presto non sarà più parte della mia vita quotidiana, delle opportunità di scoperta, scrittura, e condivisione che presto spariranno. Prendo freneticamente nota mentalmente di tutte le foto che ancora devo scattare, i posti che voglio visitare, le persone che voglio godermi. E’ un periodo vivo e doloroso. Da una parte vorrei staccarmi completamente da tutto perchè so che non avrò il tempo di scoprire quello che mi manca. E dato che devo comunque partire, potrebbe valer la pena farlo in maniera calma, senza eccitarmi troppo, o farmi prendere dallo stress all’idea di quello che mi lascio dietro: il cataclisma emotivo del dover dire addio sarà già abbastanza intenso, quando arriverà il momento. Dall’altra non posso trattenermi dal pianificare, pensare e fare liste mentali di tutto quello che devo assolutamente vedere e scrivere prima di partire.

E poi c’è “l’ultimo”. L’ultima volta che vedo questa persona, l’ultimo bazaar di Natale, l’ultimo incontro del book club, l’ultima Pasqua e l’ultimo Purim. Tutti questi “ultimi” sono momenti concreti di coinvolgimento emotivo che mi aiutano a prendere atto della realtà, del fatto che nonostante mi sia legata così a lungo e profondamente a questo posto, presto sarà tutto finito, e diventerà parte del mio passato.

Naturalmente vado incontro a nuove avventure, fasi di vita e scoperte affascinanti. Ma niente riesce ad evitare la sensazione di invidia che provo ogni volta che incontro qualcuno che è appena arrivato. Perchè in questo preciso momento, hanno quello che a me manca: tempo. Tempo per scoprire, per assaporare, tempo per creare, legarsi e cominciare nuove cose. Lo terrò a mente la prossima volta che qualcuno mi chiede di alzarmi e di spiegare perchè mi trovo in quel posto e quanto ci resterò.

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