I vicini di casa

Un’avventura condominiale in quei di Gerusalemme.

uk-flagIeri sera sono tornata a casa dopo una bella cena con un’amica di passaggio a Gerusalemme. Ho parcheggiato la macchina e sono entrata nell’edificio in cui vivo. La luce non funzionava – come sempre – ma non me ne sono preoccupata perchè l’ascensore è a pochi passi dall’entrata. All’improvviso sono inciampata su qualcosa e caduta con tutto il mio peso su qualcosa che sembrava una struttura metallica. Ho sbattuto violentemente il petto e le ginocchia contro una bicicletta da adulto che se ne stava sdraiata sul pavimento come un bebè addormentato. Ero così arrabbiata che l’ho presa a calci, anche se avrei onestamente preferito darli al vicino che l’aveva parcheggiata lì in quel modo. Non era la prima volta che vedevo quella bici. In realtà la vedevo da giorni andar sù e giù dalla scale dell’edificio come un essere umano.

Mi chiedo perchè con tutti i giri che ho fatto e tutto quello che ho scritto, non ho mai affrontato la spinosa questione dei vicini di casa. Forse perchè come in molte altre cose nella vita, sono sempre stata molto fortunata in questo senso, in tutti i paesi in cui ho vissuto. O, più probabilmente, è perchè ho passato gli ultimi venticinque anni in case singole, con un giardino, un cancello di ferro e un bello spazio che mi separava dalle famiglie a lato.

Un proverbio arabo dice che bisognerebbe scegliere i vicini prima della casa. Il problema è che ci vuole tempo e un periodo ragionevole di vita in comune prima di capire con che tipo di persone si ha a che fare. Quando mi sono installata in questo edificio, ho capito rapidamente due cose: 1) i miei vicini sono essere umani adorabili 2) i codici culturali dei miei vicini nella gestione degli spazi comuni sono piuttosto diversi dai miei.

Prima di tutto c’è la questione della pulizia: quando ci siamo spostati qui, la costruzione dell’edificio non era ancora completata ed era normale vedere qui e là qualche mattone rotto o pezzi di plastica. Quando sono finiti i lavori, però, le scale han continuato a essere piene di altri tipi di spazzatura: cartoni per la pizza, sacchetti di patatine, bicchieri di plastica. Onestamente non m’importa.  Come per ogni altro valore culturale, non c’è meglio o peggio: finchè non si esagera nella gesinote dell’igiene dei beni comuni, preferisco vedere un bicchiere di plastica che un soldato.

Il modo in cui i miei vicini spesso usano gli spazi comuni come se fossero un prolungamento dei loro appartamenti mi mette allegria. L’altro giorno ho dovuto scavalcare sei bottiglioni da venti litri d’acqua l’uno che il mio vicino aveva serenamente piazzato in fondo alle scale. Durante la tempesta di neve usavano i pianerottoli per mettere ad asciugare sedie, divani e cuscini. vicini di casaEra già abbastanza difficile camminare con stivali di gomma avvolti in sacchetti di plastica; trovare un passaggio tra una sedia di bambù e un cuscino rosa aggiungeva un gusto ancora più speciale all’avventura. E’ abbastanza normale trovare ogni tipo di oggetto sulle scale, da giochi per bambini a sacchetti di plastica, da vestiti a (appunto) biciclette. Ripeto, tutto questo non mi disturba. E’ solo un modo diverso di usare gli spazi comuni, e tra l’altro mi ricorda certe atmosfere dei condomini della mia infanzia a Milano. I bambini qui giocano e urlano sulle scale, sbattono le porte, ridono e piangono, a volte per ore se non sono a scuola. Questo mi disturba già di più perchè mi toglie concentrazione e disturba le mie sessioni di coaching, ma cerco di essere paziente perchè in fondo sono contenta che si sentano liberi di girare e giocare felicemente: avranno già abbastanza restrizioni da affrontare quando cresceranno.

Ieri sera però, mentre salivo in ascensore tutta dolorante e controllavo allo specchio i danni della caduta, ero arrabbiata. E’ stato come toccare i limiti tra differenza culturale e pericolo. E’ una storia lunga e una discussione accesa: fino a che punto accettare le cose in nome delle differenze culturali? Non ho ancora parlato ai miei vicini e tutti mi dicono che devo farlo. Un altra soluzione potrebbe essere di comprare una torcia ed evitare il rischio alla fonte. Ci penserò su un po’ di più. Nel frattempo oggi, mentre aprivo la porta alla mia gatta per farla uscire, mi sono ritrovata a dire “stai attenta alla bici!”. Forse ho anche battuto la testa quando sono caduta…

 

 

 

Un commento Aggiungi il tuo

  1. valentinavk ha detto:

    noi siamo ormai da un mese nella situazione limbo, quella che sai che ci sara’ da cambiar lavoro per motivi di opportunita’, ma per ora non si sa quale, dove, come, quando. solo possibilita’, zero certezze. E per me l’attesa e’ sempre piu’ stressante che l’azione!

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