La raccolta delle olive in Palestina

Come ogni ottobre, torna il periodo della raccolta delle olive in Palestina, e con lui qualche riflessione.

Non puoi dire di essere stato in Palestina se non hai raccolto almeno un’oliva durante il tuo soggiorno.

Raccogliere le olive in Palestina ha un significato completamente diverso da quello che può avere in tanti altri paesi nel mondo. Ad esempio, raramente in altri posti la raccolta delle tue olive verrà disturbata da coloni incattiviti che ti sputano, maltrattano, a volte persino picchiano, con la protezione della polizia. Sarà anche molto raro che ti svegli al mattino e trovi i tuoi olivi, quegli olivi tanto amati e che hai curato per anni, bruciati al suolo. Che il pezzo di terra dove crescono i tuoi alberi ti venga tolto, e che i tuoi olivi vengano sradicati perchè l’area viene dichiarata improvvisamente zona militare, è uno scenario altrettanto improbabile.

Giustamente non pensi mai che queste cose possano accadere, e non presti troppa attenzione quando le testate alternative o gli amici o altro, ti dicono che per i Palestinesi raccogliere le olive ogni ottobre può trasformarsi in un incubo, in un periodo di violenza e minacce, durante il quale, come se fosse necessario, il macabro piano sionista di prendere tutta la Palestina si manifesta in tutta la sua disumanità. Gli olivi, e la raccolta delle olive, come tutti gli altri aspetti della vita in Palestina (dalla scuola al libero movimento, dalle case ai matrimoni, dalla salute a piani futuri) ne pagano le conseguenze.

raccolta oliveDurante il mio soggiorno in Palestina ho raccolto le olive in un paio di occasioni. La più istruttiva è stata quando ho aiutato i miei vicini a raccoglierle nella casa in cui vivevo. Un giorno sono venuti, e l’abbiamo fatto insieme. Mi hanno insegnato come fare, e mostrato come colpire gentilmente le olive con una pietra prima di metterle in un secchio e coprirle d’acqua. E’ uno dei ricordi più vividi che ho di Gerusalemme: non potevo capirlo allora, perchè ero appena arrivata, ma adesso lo so. E’ stato un momento intenso per via dell’amore che si esprimeva in tutto il processo; perchè quel pomeriggio cominciavo a capire che l’olivo è il simbolo della Palestina, dell’amore di un popolo verso la propria terra rubata, e per un tempo che non tornerà più.

Un tempo in cui i Palestinesi potevano godere dei frutti della loro terra, e in cui la stagione della raccolta delle olive era solo un’altra occasione di festa che riuniva famiglie e amici. Oggi molto di loro non riescono nemmeno a raggiungere i loro alberi, sempre che questi non siano stati bruciati o sradicati, perchè il muro di separazione taglia in due i loro campi. Israele usa molti mezzi per rubare la terra, uno di questi è di impedire l’accesso ai campi ai suoi proprietari, e poi confiscarli perchè “non sono coltivati”. Chi riesce a raggiungerli, deve raccogliere le olive in un clima di terrore e minaccia. Ci sono circa 400,000 coloni ebrei in West Bank, e il modo in cui sono sparsi sul territorio rende impossibile ai Palestinesi lavorare le loro terre in serenità. I coloni sono cattivi, e li attaccano a ogni minima occasione, avvelenano i pozzi, gli sputano addosso, oltre, come già detto, a bruciare i loro olivi. Quando arriva il momento della raccolta delle olive, i coloni si attivano ancora di più, e sfruttano l’occasione per trovare riunite intere famiglie palestinesi, e riaffermare che loro sono i padroni indiscussi di questa terra. In questo momento dell’anno, gli attivisti arrivano da tutto il mondo per aiutare i Palestinesi, ma anche se questi gesti di solidarietà e buona volontà sono sicuramente apprezzati, purtroppo non cambiano la situazione.

Vi invito a leggere un articolo di Samira Haas, una giornalista israeliana che vive a Ramallah. Se scrivete “Raccolta di olive Palestina” in YouTube, trovate una serie di interessanti testimonianze. Vi raccomando anche la visione del film Lemon Tree (Il giardino dei limoni), che parla di terre confiscate.

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