Madri o non madri

Essere madri o non esserlo. Argomento delicato. Ecco qualche riflessione.

Recentemente mi sono imbattuta in due post che mi hanno messo in moto il cervello. Il primo è di una blogger italiana, che tenta di comunicare quello che si prova quando non si è madri e ci si trova ad affrontare alcuni dei discorsi più comuni sulla maternità; l’altro è di una blogger americana, che spiega (o ancora, ci tenta) i cambiamenti nella vita di una donna quando nasce la creatura e i suoi ritmi vengono completamente sconvolti. E si scusa con i suoi amici che non hanno figli, per la mancanza di tempo e concentrazione sulla comune amicizia, adesso che i suoi giorni sono pieni di pannolini, notti insonni e pappe. Dico che entrambe ci provano perchè in realtà non c’è argomento più spinoso che la maternità per le donne che non possono o non vogliono avere figli, e la mancanza di figli per le madri (spero di riuscire a spiegarmi chiaramente). E’ per questo che non voglio giudicare nessuno. Però la maternità è stata (e lo è ancora) una parte così importante della mia vita, che voglio condividere alcuni pensieri che questi due post mi hanno provocato.

Partiamo con il primo: è vero, le madri sostengono di attraversare un’esperienza unica e che non si può capire a meno di avere un figlio, mentre Sara è sicura di sapere e capire l’immenso amore che solo le madri possono provare per i propri figli. E mentre sono sicura che Sara, in quanto essere umano che ha amato e ama altri esseri umani, può sicuramente afferrare l’intensità dell’amore di una madre, c’è una cosa che si capisce davvero solo quando genitori si diventa: è il trauma nel realizzare che non si sarà mai più soli, e che si sarà per sempre responsabili di aver messo al mondo una persona. Lo so perchè un tempo non ero madre. E quando lo sono diventata, insieme all’immensa gioia che questo mi ha portato, sono rimasta anche scioccata dall’irreversibilità della situazione. Qualcosa che prende (o almeno così è successo a me) un sacco di tempo per essere elaborata.

madreUn’altra cosa che noto tra i miei amici (uomini e donne) che non hanno figli, è un atteggiamento diverso nella gestione del tempo. Avere figli è  un esercizio incredibilmente pratico nell’imparare a mettere da parte i tuoi bisogni, farli tacere, imparare che le tue priorità non possono più essere considerate tali, che ti cambia completamente la forma mentale. Non sto dicendo che ti renda una persona migliore, ma che sicuramente ti porta a venire a termini con la gestione del tempo in maniera diversa.

A parte questi pensieri interessanti che il post di Sara mi ha provocato, penso che ci sia una cosa molto importante in quello che ha scritto. Qualcosa a cui le madri dovrebbero pensare più spesso quando dicono che chi non è mamma non può capire. E cioè che anche noi (le madri) non siamo in grado di capire cosa significa volere un figlio che non arriva mai. Alcune di noi hanno aspettato anni e sono passate per l’inferno prima di diventare madri, altre hanno dovuto semplicemente rinunciare. E ne sono certa, non sarà mai possibile capire cosa questo significhi senza avere vissuto la cosa. La profondità del dolore.

Ma poi: possiamo capire cosa significa avere un figlio con un’altra donna, la donna che amiamo? Siamo sicure di poter afferrare la magnitudine dell’impatto di tutti i commenti, la discriminazione, gli sguardi nascosti che sicuramente queste madri devono affrontare in continuazione? Non penso proprio. Quindi alla fine mi piace pensare che impariamo a relazionarci nel modo migliore come madri e non madri, rispettando le rispettive esperienze e usando come ricchezza la diversità che le varie situazioni generano.

Per quanto riguarda il secondo post, la mia riflessione è un po’ più personale e legata al mio cammino di vita. Dopo averlo letto, mi sono trovata ad andare indietro nel tempo, quando i miei figli sono nati, e ho capito subito che essere una madre espatriata mi posiziona in maniera completamente diversa. Quando Alessandro è venuto al mondo, vivevo all’estero già da due anni. Ho partorito nella mia città natale, ma le mie amicizie erano già passate per un processo di separazione e aggiustamento. Avere Alessandro che mi riempiva le giornate non cambiava sostanzialmente la routine a cui i miei amici erano abituati: non mi avevano, neanche prima. E quando è nato Mattia la cosa è stata ancora più estrema perchè avevo aggiunto due anni in più di vita all’estero alla mia vita e alle mie amicizie.

Naturalmente capisco cosa vuol dire Janie: prendersi cura di un bambino mangia tempo ed energie, e non si è più disponibili per lunghe nottate fuori, aperitivi dopo il lavoro, e interi pomeriggi di chiacchiere. Però non sono solo i bambini a cambiare questo stato di cose. Anche un nuovo amore può sconvolgere i ritmi; sono sicura che avete tutte un’amica che si è innamorata ed è scomparsa perchè voleva passare tutto il suo tempo solo ed esclusivamente con il nuovo amore, O che, come nel mio caso, ha deciso di andare a vivere all’estero. Ci sono tantissime ragioni per cui l’amicizia può cambiare. La buona notizia è che tutto si adatta. Ma naturalmente, mentre aspettiamo che questo accada, l’unica cosa buona e ragionevole da fare è di comunicare ai nostri amici come ci sentiamo – come ha fatto Janie.

Permettetemi di finire questo post con un bel video che butta un po’ d’umore sul discorso:

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Mammamsterdam ha detto:

    How not to agree?

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