L’anima di Jakarta

Le mie riflessioni dopo gli attacchi a Jakarta.

A quest’ora avrete tutti sicuramente sentito degli attacchi che ci sono stati ieri a Jakarta. Io ero dal parrucchiere, e come tutti sono corsa a casa. Trovo difficile dar voce a tutti i pensieri e ai sentimenti che ho provato ieri. Avevo una sensazione di déjà-vu: la telefonata di mio marito, la gente intorno a me che cercava di capire cosa stava succedendo, una fredda sensazione che riempie ogni poro della pelle e ogni parte della mente, e il chiodo fisso che stavano sparando e uccidendo nella città in cui vivo.

Però c’erano anche sentimenti nuovi. Ad esempio, quando ho contattato mio fratello e gli ho spiegato cosa stava succedendo, ho sentito di dovermi scusare per il fatto di esser sempre la sorella che li fa preoccupare. Non l’avevo mai provato con questa forza. Nella ripetitività della conversazione, mi sono resa conto di quante volte la mia famiglia dev’essersi preoccupata per me: in Sudan, quando sono atterrata subito dopo un colpo di stato, in Angola, quando ero incinta in un posto senza ospedale, in Congo, quando è scoppiata la guerra civile e io son rimasta bloccata, in Perù, quando c’è stato un forte terremoto, in varie occasioni a Gerusalemme, e adesso qui. E questa volta anche i miei figli erano lontani, e sapevo come si sarebbero sentiti al risveglio guardando le notizie.

Mio marito era via e ha preso il primo volo per tornare. Quando è arrivato, di sera, abbiamo discusso del fatto che oggi volevo andare al mio gruppo di lettura. Ero determinata a non rinunciarci, e non riuscivo a spiegare esattamente il perchè. Aveva a che fare con la convinzione che possiamo trovarci nel posto sbagliato nell’istante sbagliato in qualsiasi momento, e non possiamo farci niente. Sentivo anche il forte bisogno di attaccarmi a un senso di normalità. Negli ultimi mesi, già due volte le nostre piccole realtà sono state scosse dalla recente violenza: quando nostro figlio era a Parigi durante gli attacchi di novembre, e ieri. Niente mi fa credere che le cose andranno meglio, e di fronte a questa prospettiva penso che mentre dobbiamo sicuramente essere coscienti di quello che potrebbe succedere, non possiamo lasciare che le nostre vite vengano sconvolte. Ieri sera ho scambiato qualche mail con amiche del gruppo di lettura per discutere degli ultimi dettagli, e ho provato un forte sollievo nel fatto che nessuno ha menzionato gli attacchi, ma che parlavamo piuttosto di che snack portare o di come festeggiare il compleanno di una di noi.

Questa mattina ho preso un taxi per raggiungere il club di lettura. Di solito leggo, in taxi, ma oggi avevo solo voglia di guardarmi intorno. Non so spiegare il perchè, ma ero commossa. Guardavo la gente che si occupava delle sue cose, persone sedute in gruppo agli angoli delle strade, o che spingevano i loro carretti, che oggi mi sembravano le combinazioni più belle di colori e di cultura che scompare ma che è ancora viva, mentre le parole che ho letto sul muro FB di un amico ieri continuavano a risuonarmi in testa: “Jakarta è una città solida, elastica, piena di persone buone, gentili e forti“. Lo è davvero. Per la prima volta da quando sono arrivata qui, ho avuto la sensazione di vederne l’anima. Ed è un’anima bella.

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