On motherhood, again

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I had written most of this post a while ago, actually on the day my eldest son turned 24, but I did not publish it because I am very much afraid of aggressive comments, and I know the content of this post could provoke heated reactions. Yesterday, though, I saw the umpteenth post about motherhood, and I really can’t refrain myself. I hope to be able to express myself clearly.

As you know, I am a mother of two boys. As all mothers, I perfectly know what it means to constantly be with a newborn. I know about physical, psychological and logistical changes a child violently brings into your life. I remember like it was yesterday when my children were born. When the first-born was 7 months old, I took him to Guinea-Bissau, one of the poorest countries in the world. I knew nobody, and living conditions were harsh. I spent whole days with him, entertaining, feeding, taking care of him, with hardly any other adult around me until my husband came back from work. When he was three, we moved to Brazzaville, and again I was alone with him for long days. He was a bit older at that stage, and needed another kind of diversion, but the dynamic was still the same: I had to be there for him from morning to night, so anything else that required my time and concentration had to be put on hold. When he was old enough to go to kindergarten and free some of my time, his brother arrived, and it all started again.

Recently I keep coming across posts and articles that talk about the hardship of being a mother. Maybe it is just a coincidence, but they seem to multiply on my screen. Mothers’ perennial sense of frustration, isolation, and tiredness; the need to fervently justify the fact that they can’t spend all of their time with the kids; the sarcasm on sex life, social life, whatever life, after the baby is born. Please don’t mistake me: I have also laughed at this things, I would have given a finger to have a work that took me out some mornings, when I saw my husband driving away in his car, and I have felt devastatingly tired, especially when I was in Bissau, in dust and heat and mosquitoes.

But then it suddenly got too much for me. I wish I could come across a post where I could identify about the satisfaction of having sacrificed most of your professional life to be with your kids and give them that sense of security only a parent can give. I wish I could read about how it feels when you can finally be the one that goes to your children for support, and have this amazing feeling of trust towards them, because you know they can’t fail you – you made them, and you made them right. But again, maybe it’s just me, maybe these posts are out there and I can’t find them.  That’s why I had decided to put the whole reflection behind me, but yesterday I saw this:

Screen Shot 2016-01-22 at 2.32.12 PM

Ok, I have taken this out contest, I know. In fact Costance was directing her post to those mothers who suffer from post-natal depression, a serious condition I would never dare diminishing. What surprised me, though, was the disproportionate enthusiastic reaction on the socials – like if maintaining that we have a right to do other things than looking after our children and homes was the ultimate gesture of liberation of women.

So I decided to write something to newly-born mothers, because if I am convinced that preparation is essential in all things of life (and with the plethora of posts about the hardships of being a mother we should by now have enough material), I also value the experience of those who have gone through things before me.

Let me tell you then, that when children grow up – and they DO grow up – your life changes again. You will no longer find yourself isolated and sleepy. You’ll magically have some free time on your hands. You might even dare going back to work. You’ll enjoy your children in new ways, ways you had not even imagined, and maybe you will even miss them when they want to stay in their rooms to chat, or read, or whatever. What you go through when the baby is born is just a phase. It’s a complicated phase for you, but also for your child, who did not even ask you to be born. If I see a mother at the park who looks at her phone and ignores her children, I don’t salute her. I feel sorry for the children. Because children don’t know many things that we know because we have learned them with time.

I’d like to tell newly born mothers that time passes faster than what you expect when you are sleep-deprived and isolated, and that the moment will come when you miss those chubby little legs against your hip and even having to change a diaper. Even fool of poop. Because when your children are small, you know the period will end, but when they become adults, there is no way back.

And though I hate to sound paternalistic, I’d also like to tell them that there are millions of mothers of children who have special needs, who have an even harder life. And that these children most probably will never become independent. Parents of disabled children do not see the end of the tunnel, ever. Because they know they will always have to  be there for their sons and daughters, and they must also live with the worry that if something happens to them, what will happen to their children?


crying babyAvevo cominciato a scrivere questo post un po’ di tempo fa, esattamente il giorno in cui il mio figlio più grande compiva ventiquattro anni, ma non l’ho pubblicato perchè i commenti aggressivi mi fanno molta paura, e so che quello che sto per dire potrebbe dare il via a discussioni molto accese. Però ieri ho visto l’ennesimo post sulla maternità, e non posso davvero trattenermi. Spero di riuscire a spiegarmi chiaramente.

Come sapete, sono madre di due ragazzi. Come tutte le mamme, so perfettamente cosa significa dover stare con un bebè tutto il tempo. Conosco i cambiamenti fisici, psicologici e logistici che un figlio porta nelle vite di ognuno. Mi ricordo la nascita dei miei figli come se fosse ieri. Quando il primo nato aveva sette mesi, l’ho portato in Guinea Bissau, uno dei paesi più poveri al mondo. Non conoscevo nessuno e le condizioni di vita erano dure. Stavo tutti i giorni con lui. Ci giocavo, lo nutrivo, lo curavo, quasi senza nessun adulto intorno a me, fino a quando mio marito tornava dal lavoro. Quando ha compiuto tre anni, ci siamo spostati a Brazzaville, e di nuovo mi sono trovata sola con lui tutto il giorno. A quel punto era un po’ più grande e aveva bisogno di essere intrattenuto diversamente, ma la dinamica era sempre la stessa: dovevo essere lì per lui dalla mattina alla sera, quindi qualsiasi cosa che mi richiedeva tempo e concentrazione, doveva aspettare. Quando è stato abbastanza grande per andare all’asilo, è arrivato il suo fratellino, e ho ricominciato da capo.

In questi ultimi tempi continuo a capitare su post e articoli che parlano della fatica dell’essere madre. Forse è solo una coincidenza, ma sembra che si moltiplichino sul mio schermo. Il perenne senso di frustrazione, isolamento e stanchezza delle madri; il bisogno di giustificare vivamente il fatto che non possono stare tutto il tempo coi figli; il sarcasmo sulla vita sessuale, sociale, e quant’altro, dopo la nascita dei figli. Per favore, non fraintendetemi: anch’io ho riso leggendo queste cose, avrei dato un dito per avere un posto di lavoro da raggiungere certe mattina, quando vedevo mio marito che se ne andava  in macchina, e ci sono stati momenti in cui mi sono sentita disintegrata dalla stanchezza, specialmente quando ero a Bissau, tra polvere, caldo e zanzare.

Ma a un certo punto è tutto diventato troppo. Ho avuto improvvisamente voglia di incrociare un post nel quale potermi identificare sulla soddisfazione che si prova dopo aver sacrificato buona parte della tua vita professionale per stare con i figli e dar loro quel senso di sicurezza che solo un genitore può dare. Voglia di leggere di come ci si sente quando si diventa quelli che vanno a cercare aiuto nei propri figli, con questa incredibile sensazione di fiducia verso di loro, perchè sappiamo che non ci deluderanno – li abbiamo fatti noi e li abbiamo fatti bene. Ma di nuovo, forse sono solo io, forse questi post ci sono e io non li trovo. Quindi avevo deciso di mettere i miei pensieri alle spalle, ed ecco che ieri vedo questo:

Screen Shot 2016-01-22 at 2.28.02 PM

Ok, l’ho estrapolato dal suo contesto. La frase viene da un post che una mamma australiana, Constance Hall, dirigeva alle mamme che soffrono di depressione post-parto, una condizione seria che non mi sognerei mai di mettere in dubbio. Sono però rimasta sorpresa dalla reazione di isterico entusiasmo sui social – come se sostenere che abbiamo il diritto di fare altre cose al di fuori del curare i nostri figli e le nostre case fosse l’estremo atto di liberazione per le donne.

Quindi ho deciso di scrivere qualcosa alle neo mamme, perchè sono convinta che se la preparazione è essenziale in tutte le questioni della vita (e con la pletora di post sulla difficoltà dell’essere madri dovremmo essere a posto in questo senso), ritengo importante anche ascoltare chi è già passato attraverso certe esperienze prima di me.

Lasciate che vi dica che quando i bambini crescono – e crescono – la vita cambia di nuovo. Non sarete più isolate e stravolte. Come per magia, avrete di nuovo del tempo libero per voi. Potreste addirittura considerare di tornare a lavorare. Godrete dei vostri figli in modi nuovi, che magari non avevate neanche immaginato, e magari vi mancheranno anche, in certi momenti, quando avranno voglia di starsene nelle loro stanze senza di voi. Quella che si attraversa quando nasce un figlio è solo una fase. E’ una fase difficile per voi, ma anche per il vostro bambino, che non ha nemmeno chiesto di esser messo al mondo. Se vedo una madre al parco che guarda il suo telefono ignorando i figli, non la stimo. Mi dispiace per i bambini. Perchè i bambini non sanno molte cose che noi sappiamo perchè le abbiamo vissute e imparate col tempo.

Mi piacerebbe dire alle neo mamme che il tempo passa più rapidamente di quanto ci si aspetti quando si ha sonno e ci si sente sole, e che arriverà un momento in cui sentiremo la mancanza di quelle gambe cicciotte contro l’anca, e ci mancherà persino il fatto di cambiare un pannolino. Anche pieno di cacca. Perchè quando i bambini sono piccoli, sappiamo che il periodo finirà, ma quando diventano adulti, non si torna indietro.

Motherhood2E non per essere paternalista, ma vorrei anche dire alle neo mamme che ci sono milioni di madri di bambini con bisogni speciali, che hanno una vita ancora più dura della nostra. E che questi bambini probabilmente non diventeranno mai indipendenti. I genitori di bambini disabili non vedono la fine del tunnel, mai. Perchè sanno che dovranno sempre esserci, per le loro figlie e figli, e che se succede qualcosa a loro, cosa ne sarà dei loro bambini?

 

 

 

 

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alice ha detto:

    Cara Claudia, bellissimo post..ho trovato con gioia il tempo di leggerlo e posso dirti che condivido pienamente le tue parole. Prendermi cura del mio cucciolo e` la cosa piu` bella che la vita mi ha donato, con le sue risate mi da` la forza per vincere la stanchezza. Un bacione

  2. Mammamsterdam ha detto:

    Claudia, come giustamente dici tu, ci sono tante situazioni e noi conosciamo solo le nostre e possiamo parlare con convinzione solo di quelle. Credo che sia anche una questione generazionale e di aspettative imposte alle neomadri. Con tutto il rispetto per genitori di bambini con bisogni speciali, non credo di non avere il diritto di lamentarmi della mia stanchezza o frustrazione solo perché c’ è qualcuno che in quel momento sta peggio di me. Io sto come sto e reagisco come mi sento e non sono affari di nessuno venire a giudicare di come mi voglio sentire. Ecco, una delle pressioni di cui parlo è anche quella, enfatizzata dai social media, che ognuno pare abbia il diritto di venirti a dire che non ti devi lamentare. Noto già adesso a livello di discorso pubblico sulla maternità che le cose sono già diverse rispetto a 14 anni fa, quando ho avuto io il mio primo figlio, che tocca rivendicare cose che per noi erano scontatissime, e al contrario, altre cose che a noi sconsigliavano (complicandoci notevolmente la vita, ma come neomadre che ne sai? ti affidi a chi ne dovrebbe sapere) adesso sono pratica comune ed accettata.
    Quindi da 14 anni, visto che non so tutti i fatti e le difficoltà della gente che incrocio, ho deciso semplicemente di compatire e accettare che ogni cosa funziona per chi la fa in quel momento, tranne il maltrattamento fisico e psichico diretto di un bambino (o chicchessia) davanti ai miei occhi. Anche ignorare il bambino per isolarmi nel telefonino.
    Ultimamente ho riletto un mio vecchio post, in cui mia madre mi suggeriva di parlare in modo meno spazientito al bambino. A suo tempo le dissi che in termini generali quello che diceva era ottima e santa cosa, ma in quel momento per come stavamo, le condizioni di salute fisica e mentale io quel bambino stavo per buttarlo fuori dalla finestra, quindi il fatto di convertire quello che sentivo realmente in quel momento in un tono un po’ spazientito era il meglio che potevo produrre come genitore e solo per quello mio figlio era un bambino fortunato. ecco, a volte mi devo ricordare questo. Quindi si, in termini generali concordo con te e no, in termini generali non posso essere d’accordo con te semplicemente perchè abbiamo vite diverse 🙂
    E la vita non è una cosa che ti capita, è un insieme di decisioni che prendi in base a quello che ti capita, quindi eprsone diverse prendono decisioni diverse e hanno vite diverse. e come dicono i pastori abruzzesi: a j’utemo se reconteno le pecure, ovvero la conta definitiva delle pecore la puoi fare solo quando alla fine della giornata le riporti nello stazzo, durante il giorno si lavora e la situazione è continuamente fluida, non è quello il momento di tirare conclusioni. In fondo se abbiamo fatto bene o male come genitori qualcuno lo dirà al funerale dei nostri figli, quando noi, sperabilmente non ci saremo, quindi possiamo solo andare avanti come possiamo

    1. claudialandini ha detto:

      Ma certo Barbara, sono d’accordissimo sul fatto che il tapparsi la bocca perchè c’è chi sta peggio di te non sia una buona strategia, e concordo anche sul resto…infatti anch’io ci sono passata, anch’io ne ho fatte ai miei figli, e me ne pento oggi, ma al momento ero fuori di me da…da tante cose. Ma di fronte a un moltiplicarsi di questi tipi di esternazioni, che quindi evidentemente nascondono un disagio reale, mi son detta che forse ricordarsi di situazioni esterne più gravi aiuta a relativizzare. A me funziona, e vista la frustrazione di certe mamme, magari funziona anche a loro :-)) Quello che mi stupisce è che proprio perchè mi sembra che la generazione più recente di mamme sia andata più avanti in tanti termini rispetto già alla nostra, ci sia ancora il bisogno di ricalcare in modo così acceso qualcosa che fa sicuramente parte dell’avventura, ma che sicuramente non la ingloba tutta. Mi sa, come dirti, un po’ di sconfitta.

  3. Mammamsterdam ha detto:

    e, ma a me preoccupa proprio quello ed è per questo che parlo di pressioni attuali forse a noi sconosiute. Il disagio penso ci sia sempre stato, la solitudine delle Madri Marilde Trinchero lo scelse come titolo tantissimo tempo fa, per i tempi del web. Perchèquesto esternare e rivendicare? la prima che mi viene in mente è che ci sia dietro tanta solitudine e tanto bisogno di sfogarsi almeno sul web. E come te mi chiedo; ma allora è tutto inutile? non si migliora mai, anche di poco, la situazione, pesantissima a tutti i livelli, lo è, delle neomadri e dei neopadri?

  4. Eleonora Gambon ha detto:

    Da mamma di tre figli tutti sotto i 5 anni, già mi accorgo quanto gli anni passino veloci e le cose cambino. Mi godo molto di più il terzo rispetto al primo e sono sinceramente contenta di potermi permettere di seguirli al 100% Tempo al tempo so che arriverà anche il mio momento, dover poter fare le cose che voglio io, quando voglio, dormire, lavarmi…senza sottostare ai bisogni dei piccoli. E so anche quanto mi mancherà non doverci più sottostare. Sarò pronta per fare la nonna 😁

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