Le cose che non so di te, un grande romanzo

Le cose che non so di te, di Christina Baker Kline, è un romanzo che resta dentro.

Mi ero imbattuta in questo titolo varie volte e in occasioni diverse. Anobii aveva molte recensioni, e continuavo a vederlo in alcuni gruppi FB di cui faccio parte. Era anche citato spesso in una rivista letteraria di cui leggo avidamente la newsletter. A dire il vero, ho un rituale con quella newsletter. Ogni volta che la ricevo, scelgo un titolo a cinque stelle e lo metto sulla mia lista dei desideri. Le cose che non so di te mi tentava. Si ispirava a fatti realmente accaduti, e aveva ottimi commenti, ma chissà perchè, non mi ci soffermavo mai. Poi un giorno ero a Singapore tornando a Jakarta da Milano, e stavo onorando un altro dei miei rituali, comprarmi un libro in ogni aeroporto da cui passo (solo un aereoporto a viaggio, quello da cui parto o quello in cui sono in transito, in caso lo vogliate sapere 🙂 ). Le cose che non so di te era lì. L’ho preso, l’ho rimesso giù, ho guardato altri libri, e alla fine l’ho comprato. Dopo averlo letto, ne sono davvero felice.

Ttreno degli orfanirovate la storia dappertutto, parla di una bambina che ha viaggiato su un treno per orfani nel 1920. I treni per orfani erano usati per trasportare gli orfani perlopiù dalle città sulla costa est degli Stati Uniti alle aree rurali interne circa dal 1850 al 1930. L’ossatura del romanzo è la storia di questa ragazzina e di tutte le dure prove che deve affrontare dopo che la sua famiglia muore in un incendio poco dopo essere arrivata negli Stati Uniti dall’Irlanda. Ora quella bimba ha 91 anni, e impiega un’adolescente in cura coi servizi sociali per farsi aiutare a pulire il suo solaio, pieno di scatole che contengono gli oggetti del suo doloroso passato. Una bella amicizia nasce tra le due donne che, come scopriamo gradualmente, sono passate per calvari simili da bambine.

La storia va avanti e indietro dagli anni ’20 al 2011, quando le donne si incontrano, anche se il romanzo si concentra soprattutto sulle vicissitudini di Vivian, che è stata mandata via da New York su un treno per orfani quando aveva nove anni. Sia la descrizione degli ambienti (il treno, le stazioni che attraversano, le varie case in cui viene mandata e le famiglie che la ospitano), che dei sentimenti è avvicente. In un Minnesota colpito dalla Grande Depressione, Vivian lotta per la sua sopravvivenza di bambina abbandonata, mentre c’è sempre qualcuno che le ricorda che i suoi capelli rossi, chiaro segno delle sue origini irlandesi, la rendono indesiderata per l’adozione. Vivian mi è piaciuta tantissimo. E’ un personaggio genuino, umile e spontaneo, e ci guida con estrema semplicità attraverso temi enormi (e a me molto cari) come la casa, l’appartenenza, l’accettazione e la sopravvivenza in un ambiente alieno e ostile. Non si può fare a meno di seguirla, di empatizzare con lei, temere per la sua incolumità, e ci si attacca così tanto al personaggio che anche quando diventa una giovane donna dalle scelte discutibili, ci si sente comunque al suo fianco.

Ho amato Vivian fino alla fine del libro, quando mostra una volta di più di essere incredibilmente flessibile, e dà alla sua lunga vita un tocco finale e molto significativo. Ho avuto l’impressione che la presenza di Molly, l’adolescente che l’aiuta in solaio, sia perfettamente dosata per far d’appoggio alla storia di Vivian. In effetti la vicenda dolorosa di Molly viene messa in risalto pienamente solo alla fine del libro, dimostrando la bravura dell’autrice nel bilanciare le storie delle due donne, l’amicizia che si sviluppa tra loro e le potenti conseguenze che porta ad entrambe.

E’ un romanzo sull’ottimismo, l’elasticità, l’amore, e il potere del supporto umano.

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