Di caffè, parcheggi a Jakarta e la resistenza indonesiana al cambiamento

Ovvero, da come il quotidiano nei nostri paesi ci può insegnare tantissimo.

Se qui avessi un contratto di lavoro, i miei contatti con la cultura indonesiana sarebbero frequenti, più profondi e decisamente più interessanti. Di fatto, mi tocca capire gli strati nascosti di una cultura così complessa attraverso brevi momenti della mia vita quotidiana. Per questo motivo sono sempre molto cauta nell’esprimere giudizi. Ma a un certo punto capisci che una cultura la impari anche semplicemente vivendo in un posto. Camminando per le sue strade. Sorridendo ai guardiani. Pagando gli acquisti. Parlando con la propria donna di servizio. Prendendo il taxi. E così via.

Cambiamento2Qualche giorno fa io e mio marito siamo andati a un concerto, ed eravamo in ritardo, quindi quando siamo arrivati nel parcheggio sotterraneo del teatro, eravamo di fretta e abbiamo infranto la regola solenne di parcheggiare la macchina con il muso verso l’esterno. Quando siamo scesi dalla macchina, il guardiano era chiaramente agitato, e ha tentato di convincerci a parcheggiare bene. Noi eravamo preoccupati di perdere l’entrata al concerto, e non gli abbiamo dato retta, ma mentre aspettavamo l’ascensore, mi è presa una fitta di rimorso e ho pensato che non era giusto che ci comportassimo così: conoscevamo la regola, non ci avrebbe preso più di un minuto girare la macchina prima di parcheggiarla. Quindi sono corsa indietro e ho parcheggiato come ci si aspetta che si parcheggi qui.

Con la mia esperienza di un anno e mezzo a Giacarta, mi sento di dire che la cultura indonesiana abbraccia una certa resistenza al cambiamento. L’esempio che ho appena condiviso è solo uno dei tanti. Parcheggiare col muso in avanti, usare la stessa entrata o uscita, il giusto ascensore, e attenersi alle regole generali è qualcosa di estremamente importante, e anche se  infrangi la regola per sbaglio, vieni subito accolta da grande resistenza.

Cambiamento5Mi chiedo se le cose sarebbero andate diversamente con il nostro primo “boy” (l’uomo di servizio), se avessi saputo tutto ciò. Hardy non parlava inglese, e il nostro bahasa era molto povero (non che sia migliorato molto nel frattempo…). Aveva quest’abitudine di raccogliere i vestiti sporchi al mattino, infilare tutto in lavatrice, e farla partire anche se conteneva solo due paia di mutande, una camicia e una maglietta. La mia anima ecologica si rivoltava, e ho fatto tutto il possibile per spiegargli che doveva aspettare fino ad accumulare una buona quantità di vestiti sporchi per riempire la macchina prima di farla andare. Ho usato gesti, il traduttore di Google, e ho anche chiamato l’assistente di mio marito, che parla un buon inglese, e che ero sicura, avrebbe tradotto ad Hardy l’alieno concetto in maniera efficace. Niente. Quando un giorno sono tornata a casa e ho trovato l’ennesima macchinata che pompava litri d’acqua, usava detersivo ed elettricità per lavare un paio di pantaloni e uno di calze, ho capito che era giunto il momento di lasciare andare Hardy sul suo cammino.

Con la mia attuale donna di servizio le cose vanno a meraviglia. E’ intelligente, indipendente, grande lavoratrice e dotata di forte ironia. Ma naturalmente non è libera dalla resistenza ai cambiamenti. Qualche giorno fa io e mio marito abbiamo spostato alcuni mobili in salotto, e mi sembrava che la stanza stesse molto meglio con la nuova disposizione, oltre ad essere più funzionale di prima. Quando lei è arrivata il giorno dopo, gliel’ho fatto notare con entusiasmo e le ho chiesto se le piaceva. “Non lo so”, mi ha risposto, ridendo. Ok. Quello che mi stava dicendo era probabilmente che non è che non le piacesse il modo in cui la stanza era stata risistemata, ma che aveva un problema con il cambiamento.

Lei è un’ottima cuoca, e le lascio volentieri il dominio della cucina. Dato che ha lavorato per italiani prima di noi, ho dato per scontato che sapesse usare la caffettiera. Quando ha cominciato a farmi il caffè al mattino, un compito che mi ha sottratto lentamente ma con fermezza, ho notato che usava più acqua del necessario. Dato però che il caffè lungo non mi dispiace, ho lasciato che le cose andassero così, fino a quando è arrivato mio figlio. A lui il caffè piace ristretto, e a quel punto ho realizzato che c’era davvero troppa acqua in ballo. Le ho spiegato delicatamente che l’acqua non dovrebbe mai superare la vite metallica che si vede all’interno della base della caffettiera, e mai strabordare sul filtro. Gliel’ho mostrato e ho fatto il possibile per spiegarmi bene, a volte io o mio figlio riuscivamo a impossessarci della caffettiera per farci noi il caffè, ma in generale il mio caffè è ancora lungo e un po’ acquoso. Sono combattuta tra il disagio all’idea di spiegarle di nuovo e insistere, e la voglia di un buon caffè non troppo lungo. A volte ci sono scene comiche, se non patetiche, al mattino, quando cerco di alzarmi prima che arrivi per farmi un bel caffè spesso. So che potrei spiegarglielo di nuovo, ma ho la sensazione che sarebbe un po’ inutile.

Comunque, chi se ne importa. Se questo è ciò di cui ho bisogno per capire meglio la cultura che mi sta temporaneamente ospitando, ben venga! E parcheggiare col muso all’esterno. bere un sacco di caffè lungo, più una miriade di altre piccole regole diverse da quelle a cui sono abituata, sicuramente mantengono in esercizio la mia flessibilità, un talento che si sa, torna sempre utile, e non solo in Indonesia!

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