To keep

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To keep or not to keep: is this the problem?

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One year has passed since we put my mom in a nursing home. Our lives have changed for the better. My brother can now sleep well at night, knowing that if anything happens to her, she will be immediately assisted. He does not have to rush to her place any more, to solve a practical problem the carer is not able to. I feel more relaxed knowing that my mom is well taken care of, and that my whole family is not engaged in the stressful, time-consuming quest of how to organize a new life around what in the last few years had become a reality: my mother is no longer self-sufficient.

I won’t go into details about the agony of having to tell her that she is only temporarily in the nursing home, until she regains strength in her legs and can go back to basic care on her own. We all know this will never happen, and that she’ll never see her house again.

She’ll never see her house again also because we are selling it. The nursing home fee is high, and we need the money to cover it. Last June I had the task to empty the apartment where she had spent the last 30 years of her life, the one she had chosen with my sister, who had lived there before dying of cancer in 1997. The one where we had countless family dinners, and celebrated birthdays and Christmases.

I was terrified at the idea of putting my mom’s flat in the hands of strangers who would sift through her stuff, to decide what could be kept and sold, and what had to be thrown away. Of course I had already gone through her things and set aside my most precious memories, the family pictures and other mementos of my childhood. But one cannot keep everything.

I believe I rarely had such a violent experience as emptying my mother’s flat. I tried to console myself with the idea that it was all for the best; that she also had thrown away some of my things when I was little, without consulting me; that she would have a different and maybe better life in the nursing home. But nothing could shake the sensation of violation I felt all through the operation.

Which was, luckily, pretty quick. In a matter of few hours, the only thing standing in the whole apartment was my mother’s piano, which a beloved friend of hours decided to buy. The last think I saw on the balcony, when we were cleaning up all the mess the movers left, was this:

 

da-tenere

 

It’s a hand-written note by my mom that says “to keep”. A bitter taste came to my mouth, and I took a picture because I knew the day would come when I would be ready to talk about this.

A few days ago my brother sent me a text asking if I had kept any of my mother’s sheet music: Apparently during the last visit of my adopted sister to the nursery home, my mom had been placed in front of the piano, played a bit, and asked for her music.

It all came back again. The violence of having decided what to keep and what to throw, the fact the we know and she doesn’t, having deprived her of her story.

But then I reasoned: There is another story we have given her. It’s the story of the last phase of her life, during which her children went through a lot, suffered, discussed, quarreled, worried, felt close, felt distant, but in the end were together to decide for  her, who can no longer decide. The story of a family that has gone through many losses already, and that whatever has done, has done with love.

*******

E’ passato un anno da quando abbiamo messo mia madre in casa di cura. Le nostre vite sono migliorate molto. Adesso mio fratello dorme tranquillo di notte, perchè sa che se le succede qualcosa, verrà subito assistita. Non deve precipitarsi continuamente a casa sua a risolvere problemi che la badante non è in grado di affrontare. Io mi sento più rilassata sapendo che mia mamma è ben curata, e che la mia famiglia non è più coinvolta nella stressante ricerca di come organizzare una vita intorno al fatto che negli ultimi anni è diventato un’amara realtà: mia madre non è più autosufficiente.

Non voglio indugiare sull’angoscia insita nel dirle che si trova in casa di cura solo temporaneamente, fino a quando riuscirà a usare di nuovo le gambe, e a prendersi cura di se stessa almeno nelle cose basiche. Sappiamo tutti che questo non accadrà mai, e che non rivedrà mai più la sua casa.

Non la rivedrà mai più anche perchè la stiamo vendendo. La retta della casa di cura è alta, e abbiamo bisogno di soldi per coprirla. Lo scorso giugno ho dovuto svuotare l’appartamento dove aveva passato gli ultimi trent’anni della sua vita, quello dove aveva vissuto l’ultimo periodo con mia sorella. Il posto dove avevamo avuto infinite cene di famiglia, e festeggiato tanti compleanni e Natali.

Ero terrorizzata all’idea di mettere l’appartamento di mia madre in mano a degli estranei che vagliavano le sue cose, e decidevano cosa andava tenuto e rivenduto, e cosa doveva esser buttato. Naturalmente avevo già fatto una cernita tra le sue cose, e deciso di tenere i miei ricordi più cari, le foto di famiglia, e altri oggetti della mia infanzia. Ma non si può tenere tutto.

Credo di aver provato raramente un’esperienza così violenta come lo svuotare l’appartamento di mia madre. Ho cercato di consolarmi con l’idea che era meglio così per tutti; che anche lei aveva buttato via delle cose mie quand’ero piccola, senza consultarmi; che in fondo andava incontro a una vita diversa e magari migliore nela casa di cura. Ma niente è riuscito a scuotermi di dosso la sensazione di violazione durante tutto il processo.

Che è stato, per fortuna, abbastanza veloce. In poche ore, l’unica cosa che rimaneva nel’appartamento era il pianoforte di mia madre, che un caro amico ha deciso di comprare. L’ultima cosa che ho visto sul balcone quando stavamo pulendo il caos lasciato dagli addetti allo svuotamento è stata questa:

 

da-tenere

 

Mi è venuto un sapore amaro in bocca, e ho fatto una foto perchè sapevo che sarebbe arrivato il giorno in cui sarei riuscita a parlare di tutto ciò.

Qualche giorno fa mio fratello mi ha mandato un messaggio chiedendomi se avevo tenuto qualche spartito della mamma: sembra che l’ultima volta che la mia sorella adottiva è andata a trovarla, abbiano messo la mamma davanti al pianoforte e che lei abbia suonato un pochino, e chiesto la sua musica.

Mi è tornato di nuovo tutto indietro. La violenza della decisione di cosa tenere e cosa buttare, il fatto che noi sappiamo e lei no, l’averla privata della sua storia.

Ma poi ho ragionato: c’è un’altra storia che le abbiamo dato. E’ la storia dell’ultima fase della sua vita, durante la quale i suoi figli hanno attraversato un sacco di momenti duri; hanno sofferto, discusso, litigato, si sono preoccupati, si sono sentiti vicini, lontani, ma alla fine si sono uniti per decidere per lei, che non può più decidere. La storia di una famiglia che ha già vissuto tante perdite, e che qualsiasi cosa abbia fatto, l’ha fatta con tanto amore.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Flavia ha detto:

    Cara Claudia,
    lavoro in una casa di riposo da ormai due anni, qui in Australia, e le tue parole sono quelle di tutti i parenti dei nostri residenti. Ho dovuto buttare quella tovaglia, quella poltrona, quel quadro, mamma ( o papà) cosa direbbe se lo sapesse? capisco la tua angoscia, credimi, dal profondo del cuore. E’ dura, è straziante mettere le mani in mezzo ai ricordi.
    Permettimi di dirti che hai fatto la cosa migliore, per tua madre. Non solo perchè ora sarà adeguatamente assistita, ma anche perchè piano piano familiarizzerà con l’ambiente, con lo staff, con gli altri ospiti e si sentirà a casa, esattamente come quando viveva da sola.
    Un abbraccio
    Flavia

    1. claudialandini ha detto:

      Ti ringrazio di cuore Flavia. E’ così difficile fare scelte per gli altri. Lo facciamo con i nostri figli, ma non siamo abituati a farlo con i nostri genitori, è un po’ innaturale, è una cosa su cui lavorare. In ogni caso, sì, sono convinta che sia stata la scelta giusta, per lei e per noi. Grazie ancora

  2. Eleonora Gambon ha detto:

    Ok, mi hai fatto piangere…
    Noi abbiamo mia nonna in casa di riposo, prima di mettercela mia zia ha provato di tutto, ha abitato con lei, insieme alle badanti, ma dopo un po’ ci si deve rassegnare perché alzare di peso una persona anziana, lavarla, medicarla, non è una cosa che possono fare tutti.

    PS: hai una sorella adottiva?!?! WOW! Ho sempre pensato che prima o poi avrei adottato un bimbo, lo trovo un gesto bellissimo.

    1. claudialandini ha detto:

      Grazie Eleonora,
      Patrizia non è proprio una sorella adottiva nel senso che non ha preso il nostro cognome e non è entrata nella responsabilità della nostra famiglia. A me piace chiamarla così perchè quando avevo tredici anni è entrata a far parte delle nostre vite. Viveva in un collegio, e stava sempre da noi quando il collegio chiudeva, durante le vacanze, etc.

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