L’aeroporto

Qualche riflessione sugli aeroporti nel mondo, e sui ricordi che non se ne andranno mai.

Viaggio spesso, sia dentro che fuori dall’Indonesia. E quindi passo spesso per l’aeroporto. Personalmente (ma credo che succeda a tutte le persone che vivono all’estero), ho sempre un rapporto speciale con l’aeroporto del mio paese d’accoglienza. Dato che è un po’ come l’anticamera di cose belle che si aprono (adoro i ritorni, e anche i viaggi verso nuove scoperte), i momenti che ci passo sono sempre ricchi, carichi di aspettativa, sospesi tra quello che lascio con affetto e quello verso cui mi protendo con eccitazione.

aeroportoL’aeroporto diventa un luogo famigliare, di cui man mano che si passa il tempo nel paese si arrivano a conoscere tutti gli angoli e le abitudini. Si sa qual è il bar migliore per un ultimo cappuccino prima di imbarcare, dove e cosa comprare da portare agli amici in patria, quanto fornite sono le sue librerie. E qual è il trattamento che ci possiamo aspettare dalle autorità aeroportuali.

Non vorrei diventare noiosa, ma il mio rapporto con l’aeroporto di Ben Gurion, a Tel Aviv, mi ha profondamente traumatizzata, e me ne rendo conto sempre più. Ogni volta che arrivo al Soekarno-Hatta, l’aeroporto internazionale di Jakarta, e vengo accolta da mille sorrisi e da un’attitudine collaborativa, calda e rispettuosa, mi ricordo i brividi che cominciavano 24 ore prima di affrontare le procedure a Ben Gurion. Non tanto le ispezioni fisiche e dei bagagli, le prime me le sono sempre risparmiata, e le seconde, pazienza, a volte scocciava dover rifare la valigia dopo averci magari passato un’ora nel comporla nel modo più razionale, ma quello era davvero il meno.

Quello che mi angosciava e spaventava era il presupposto di base che le autorità dovevano scoprire cos’avevi fatto di male (e qualcosa di male l’avevi sicuramente fatto, visto che eri straniero, e gli stranieri che si spingono al di là del glamour di Tel Aviv, si trovano di fronte a una realtà allucinante, che qualcosa gli produce), e per arrivare a ciò non si risparmiavano tattiche psicologiche evidentemente ben rodate, all’apparenza bizzarre, ma che a me mettevano i brividi nelle ossa.

L’angoscia di Ben Gurion non era tanto per me stessa quanto per i miei figli e per gli amici palestinesi. Quelli nell’occhio del ciclone, per intenderci. Questo non è il posto per raccontare le miriadi di momenti di frustrazione, tensione, stupore, e disavventure che hanno toccato chiunque sia passato da quell’aeroporto. Ci vorrebbero giornate intere. E’ però interessante come più viaggi e più mi renda conto di quanto profondo e duraturo è il trauma che ho avuto. E di quanto il mondo esterno mi riporti a una dimensione diversa.

La prima cosa a cui penso quando arrivo al Soekarno-Hatta è a quanto serena mi sento facendo quello che ho il diritto di fare: spostarmi. E quando arrivo in qualsiasi aeroporto, e scendo dall’aereo, la  mia mente va subito allo sguardo inquisitivo e gelido delle autorità israeliane che si premuravano di farti sentire sgradita appena mettevi piede a terra.

Sono felicissima di non dover più transitare per quell’incubo. E mi sento male per i miei amici palestinesi che invece sono umiliati costantemente, quando possono viaggiare (ammesso che riescano a farlo, cosa per nulla scontata). Poi penso alle risate, al senso di comunanza, allo spirito con cui quasi sempre riescono ad attraversare questi momenti, e mi rincuoro, pensando a quanto, invece, gli israeliani probabilmente si portano a casa tutta la diffidenza, freddezza e solitudine che questo loro disgraziato lavoro gli impone.

 

 

 

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