Il dilemma dell’espatriata

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Ora vi racconto il dilemma che ho vissuto da poco, classico dilemma dell’espatriata 🙂

Recentemente alcuni di voi hanno visto accenni alle mie piastrine ballerine, ma non hanno capito a cosa mi riferissi. Vengo dunque a spiegare quello che mi sta succedendo, e a esporvi di conseguenza quello che per me è stato, e in fondo ancora è, il dilemma  del secolo (dell’espatriata).

Da quando mi sono spostata a Jakarta, due anni e mezzo fa, ho avuto più di un problema di salute. Un’operazione alla spalla sinistra (per un tendine lacerato), una serie di infezioni tutte insieme, che hanno richiesto l’evacuazione medica a Singapore, e per finire una bella Dengue a ottobre scorso che a momenti mi manda al creatore.

Non si capisce se sia a causa di tutto questo bailamme, ma da un paio d’anni le mie piastrine (quei frammenti cellulari che fanno coagulare il sangue quando viene a contatto con l’aria, per intenderci), si alzano ma soprattutto abbassano sotto ai livelli di guardia in maniera costante, e preoccupante. Preoccupante perchè vivo in una zona ad alta proliferazione di febbre emorragica, la Dengue appunto, che come primo effetto ha quello di distruggere le piastrine.

Oltre a ciò, mi è stata diagnosticata una Gammopatia Monoclonale di Significato Incerto (MGUS in inglese), la cui origine resta, per l’appunto, incerta.

Tutto questo non ha effetti sulla mia vita quotidiana. Mi sento benissimo, lavoro, studio, nuoto, mangio e viaggio senza il minimo problema, ma è come una spada di Damocle sulla mia testa proprio per il fatto di vivere in una zona a rischio.

Sono appena tornata da un tour europeo, sono stata in Olanda, Francia e Italia, e in quest’ultima tappa mi sono fatta ricontrollare i valori del sangue. Le mie piastrine avevano cominciato a riabbassarsi drasticamente poco prima della mia partenza per l’Europa, e hanno continuato la loro caduta libera al mio arrivo in Italia. Il grande dilemma quindi era: restare in Italia per qualche mese, agganciandomi all’estate (che passo sempre in suolo natio), in modo da non essere almeno a rischio di Dengue, o rientrare a Jakarta e continuare dunque a vivere la mia vita così com’è impostata in questo periodo e stando vicina al marito?

Sono andata completamente in tilt. E a chi mi diceva che in fondo non era poi così drammatico decidere, non riuscivo a rispondere che invece sì, per me lo era. Perchè restare in Italia significava farsi ospitare da qualcuno per un periodo molto lungo. E anche se sono la persona più fortunata della terra con tutte le meravigliose case che ho nel mondo, l’ospite resta pure sempre l’ospite.

Significava stare lontana da mio marito per un periodo lungo, e anche se mi piacciono i miei spazi di solitudine, l’idea di non vivere con lui per periodi prolungati mi pesa sul cuore. Avrei dovuto riorganizzare il mio lavoro, cercare i miei spazi per coacchare, e rinunciare alle formazioni a Jakarta. Non in ultimo, la vita in Italia è molto più cara che in Indonesia, e non so voi, ma quando sono lì io continuo ad aprire il portafoglio. Mangio più Kinder e mozzarelle, non faccio moto e ho meno tempo per leggere.

Però sarei stata vicino a mia mamma e ai miei fratelli, sarei andata allo splendido congresso della SIETAR a Milano, sarei andata a trovare la mia amica Viviana che muoio dalla voglia di vedere, e, ovviamente, avrei accolto quasi con amore le zanzare padane. E avrei continuato a mangiare Kinder e mozzarelle 🙂

milanoDentro di me si faceva però strada un sentimento, in sordina. Il desiderio quasi impellente di recuperare il mio tempo. A Jakarta ho tantissimo tempo perchè tutto quello di cui devo occuparmi sono il mio lavoro e i miei progetti. La mia Ani si prende amorevolmente cura della casa e di me, ho meno legami che in Italia, le giornate scorrono lisce e quando mi alzo al mattino so di avere davanti tante godibilissime ore che metto a frutto nelle cose che più mi appassionano.

A Milano non è così. A Milano le giornate sono caotiche, piene di gente, complicate (anche se Milano è veramente cambiata negli ultimi tempi, continuo a trovarla leggermente punitiva nei confronti dei suoi cittadini, coi quali sembra impegnarsi per succhiar loro tempo ed energie in ogni minima cosa). Ho più doveri, più impegni, più telefonate da fare, più persone da seguire, più cose da comprare.

Mentre mi rendevo conto di quando mi sono assuefatta alla quantità di tempo che ho a disposizione a Jakarta, capivo anche che c’è ben poco altro che mi richiama alla capitale indonesiana: la mia gatta, la mia Ani, la piscina in casa e qualche amica. Ok, anche i massaggi. Ma è come se per la prima volta l’intero quadro si fosse messo a fuoco, e io afferrassi pienamente il mio senso nello stare qui: adesso, cioè in questa precisa fase della mia vita.

Alla fine ho avuto fiducia nelle mie piastrine, sicura che mi avrebbero dato la giusta indicazione. E infatti si sono alzate, e anche se non hanno superato la soglia minima per non essere in allarme, mi è sembrato un segnale positivo, e il mio medico mi ha dato l’ok per volare.

Ho preso l’aereo baldanzosamente, e il buon umore mi è rimasto anche quando tremavo di freddo per l’aria condizionata sparata a mille nell’aeroporto di Abu Dhabi, aspettando la coincidenza per Jakarta. Non avevo più pensato all’uso scellerato che fanno in Asia dell’aria condizionata. Ma anche questo non ha incrinato la mia gioia nel tornare, e la convinzione che deve ancora nascere la zanzara che mi spezza 😀

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Eleonora Gambon ha detto:

    😀 Sei troppo forte!
    Mi dispiace così tanto leggere di tutte queste problematiche! Comunque probabilmente anche io avrei fatto la tua scelta e capisco anche perché tu sia andata in tilt!
    Un abbraccio!

    1. claudialandini ha detto:

      Grazie bella vagabonda!!!

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