Un figlio, di Alejandro Palomas

Condivido le mie impressioni su Un figlio, dello spagnolo Alejandro Palomas. Per farlo devo rivelare alcuni passaggi della trama, mi dispiace. Se volete leggerlo e non volete rovinarvi la sorpresa, passate a un altro post!

Lo trovavo e ritrovavo su tutti i siti e gruppi di discussione su libri ai quali partecipo. Le opinioni erano unanimi: un libro meraviglioso, impossibile metterlo giù, si legge d’un fiato, delicato, stupendo. L’ho cercato a lungo in spagnolo, in formato cartaceo perchè a me gli e-Books non piacciono, ma era sempre esaurito o non consegnabile nei posti dove vivo io. Alla fine ho ceduto e l’ho comprato in italiano.

Inizialmente mi sono dunque chiesta se la prosa assolutamente semplice e quasi infantile fosse da imputare a una cattiva traduzione dallo spagnolo. Andando avanti nella lettura, però, ho capito che quello è proprio lo stile di Palomas (quantomeno in questo libro, il primo suo che ho letto). Chi parla è un bambino, e la disarmante semplicità del linguaggio è mantenuta anche quando la parola passa a Sonia e a Manuél, rispettivamente maestra e padre di Guille, che però parlano solo all’inizio, e a María, la psicologa, che insieme a Guille racconterà la storia fino alla fine.

La trama è molto semplice: Guille, un bimbo di nove anni, mostra un attaccamento morboso alla figura di Mary Poppins, al punto da preoccupare la sua maestra, che decide di parlarne al padre, e poi di chiamare in scena la psicologa della scuola. Attraverso le varie voci che si susseguono nel raccontare quello che accade da questo momento in poi, entriamo nella vicenda di un bimbo, la cui madre si è trasferita a lavorare in un paese lontano, e di un padre che tenta di tenere insieme i pezzi della storia famigliare.

Che ci sia qualcosa che non quadra nella vicenda è chiaro da subito: ed è proprio sulla stranezza di alcuni comportamenti del padre rispetto alla moglie lontana, e sul modo in cui Guille ne parla alla psicologa, che si costruisce la storia, a tratti misteriosa, a tratti frustrante. Si assiste al disagio di questo bimbo, che lui tenta in tutti i modi di tener sotto controllo, alla perplessità della psicologa, alla durezza ingiustificata del padre di fronte a certi piccoli eventi del quotidiano di questo figlio di cui si prende cura da solo.

Il registro, come dicevo, rimane semplice anche quando è la psicologa a raccontare quello che Guille condivide durante le sedute. Attraverso i pochi input che il bambino fornisce raccontandosi e con i suoi disegni (che ritroviamo nelle pagine del libro), e all’elaborazione che la psicologa tenta di farne, emerge un quadro doloroso, il cui motivo viene spiegato solo alla fine, quando si ha già sviluppato una fortissima empatia verso la figura disarmante e dolcissima di Guille, e una curiosità morbosa verso quello che è davvero successo in questa famiglia.

Il dolore che pervade, sottile e persistente, tutto il romanzo, esplode alla fine, e lo fa nel modo più dolce e conciliante possibile. La scena conclusiva, in cui Guille va a pezzi sul palco del teatro dove si svolge la recita scolastica, e il padre lo aiuta a cambiarsi e ripulirsi con un affetto troppo a lungo dominato dal dolore cocente per la perdita della moglie, è di un’umanità e di una sofferenza profonda. Il padre che non è riuscito a far altro che allontare da sè il suo bambino proprio nel momento in cui questo aveva più bisogno di lui, lascia finalmente spazio al suo dolore, che trova conforto nell’unica via possibile, l’amore.

Un romanzo semplice e puro sul dolore e l’amore che di fronte a una tragedia incommensurabile per una famiglia, si alternano, sfidano, chiedono spazio e alla fine ricompongono lo scenario aiutando i personaggi a riprendere a camminare insieme.

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