Mi piace giocare

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Da quando sono piccola, giocare mi piace in maniera esagerata. E a quale bambina non piace, direte voi? Vero. Ma non così tante sono le persone adulte che conservano una passione sfrenata per le attività ludiche.

Un’incursione nella mia passione per i giochi.

Quando i miei bambini erano piccoli, giocavamo tantissimo con loro. Io mi inventavo sempre nuove storie da recitare, accoglievo i loro suggerimenti per passare il tempo e li aiutavo a trasformarli in attività ludiche, e insegnavo loro sempre nuovi giochi, adatti alle varie fasi della loro età. Dato che in America Latina, quando loro erano ancora piccini, viaggiavamo molto, per rilassarci dopo ore di macchina o passate a scoprire monumenti e luoghi, tiravamo spesso fuori un mazzo di carte e giocavamo a lungo. Peppatencia, Scopa, Briscola, Scopone scientifico, l’Assassino, e mille altri giochi di cui ho scordato il nome, ma di cui ricordo molto bene il sapore.

Quando i miei figli sono diventati più grandi, abbiamo introdotto giochi un po’ più complessi: vari giochi di società, giochi di logica, trame sempre più difficili per continuare a sfidarli nel loro sviluppo mentale. E siamo così arrivati ad oggi, con due giovani adulti in famiglia, coi quali la prima cosa che facciamo quando ci ritroviamo è sederci con un mazzo di carte, o davanti ai nostri giochi di società preferiti.

E’ evidente che sia a me che a mio marito giocare piace molto. Ho conosciuto famiglie nelle quali i genitori accettavano di giocare ogni tanto una partitina a carte o a Uno giusto per far piacere ai figli, ma che consideravano l’attività un puro e semplice dovere, come tante altre cose legate alla crescita dei figli. In effetti se mi guardo indietro, raramente ho conosciuto famiglie che giocano tanto quanto la nostra. La lista dei giochi che hanno marcato la nostra vita sarebbe troppo lunga e nemmeno interessante. La cosa su cui mi piace indugiare è però il fatto che io e marito giocavamo ancora prima di avere figli: nelle nostre lunghe serate africane non mancava mai un Non t’arrabbiare (ho ritrovato da poco la tavoletta di plastica sui cui giocavamo all’infinito), un Cribbage o un gioco locale (a Bissau erano infinite le sfide a Mancala).

La nostra storica tavoletta da viaggio di Non t’arrabbiare

Questo gusto tutto speciale del gioco, il sospendersi dalle questioni pratiche della vita, l’usare il cervello in maniera creativa, il divertirsi a fondo nell’interazione con l’altro, il costruire una tattica sulle variabili che le decisioni dell’altro ti propongono, è un esercizio che non mi stanca mai, e che amo tenere ben presente nella mia vita.

Che giochiamo tantissimo in famiglia l’ho già detto. Anche i figli dei nostri amici sono abituati a sedersi con noi per infinite partite a Loup Garou (un classico toscano), a Catan (il sempreverde) o a Briscola chiamata. I nostri figli sono grandi, ma un mazzo di carte nel bagaglio non manca mai, e c’è sempre uno di loro che introduce nuovi giochi, a seconda dei contesti culturali in cui è stato immerso (quest’anno è stata ad esempio la volta dei Tarocchi, che Alessandro ha portato dalla Francia, sua patria d’adozione).

Il Sapo

Io però amo anche molto giocare tra adulti, e non perdo occasione per farlo. Se do un training interculturale, inserisco sempre almeno un gioco, sia che i partecipanti siano adulti, che giovani o bambini. Nei miei workshops di competenza interculturale, non manca mai un’attività ludica, sicuramente all’inizio, ma spesso anche nel mezzo del seminario. Se invito gente a cena, non è raro che proponga un gioco e riesca a coinvolgere tutto il gruppo. Alla nostra Triennale di quest’anno, abbiamo giocato sia la prima sera (con uno splendido Scavenger Search) che la seconda, con un fantastico torneo di Sapo, gioco sudamericano che affascina sempre tutti, dagli 8 agli 80 anni.

Giocare mi piace. Mi rilassa, mi diverte, mi eccita, mi mette in rapporto con gli altri giocatori in maniera leggera e creativa. Rafforza il gruppo. Giocare è bello. Ricordo che l’avevo letto nello splendido libro di Penelope Leach, Il bambino dalla nascita ai sei anni, che tenevo sempre sottomano quando è nato il mio primo figlio e avevo bisogno di consigli pratici. Penelope sottolineava sempre che “giocare è bello” e bisogna trovare tutti i modi possibili per offrirlo al bambino. Perchè dovremmo smettere di giocare da adulti?

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