Io viaggio da sola, Maria Perosino

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Ho letto Io viaggio da sola di Maria Perosino un paio di mesi fa, e in questi giorni ci sto pensando spesso perchè sono in viaggio da Milano a Singapore e poi a Jakarta. E mi è venuta voglia di condividere qualche impressione.

Avevo visto spesso Io viaggio da sola nelle mie incursioni in libreria ai miei rientri italiani, e ogni volta lo soppesavo e indugiavo nel comprarlo. Non chiedetemi perchè, ma il fatto che Maria non fosse più tra noi (è morta nel 2014) in qualche modo mi frenava. Quest’anno mi sono decisa, perchè da incallita viaggiatrice quale sono, un confronto non può mai far male.

Premetto che il tono di Maria non è sempre accattivante. Anzi, in alcuni punti risulta un po’ saccente e arrogante. Qualche stereotipo qui e là (ad esempio dove parla dei viaggi con gli omosessuali) risulta un po’ indigesto. Nel complesso però ho amato questo libro, e ne ho tratto tanto, in particolare per due rivelazioni che mi hanno colpita.

La prima riguarda il fare la valigia. Dovete sapere che nonostante io viaggi regolarmente e spesso cambiando casa da 28 anni, nel fare la valigia sono un disastro. Non so sistemarne il contenuto in modo razionale, la riempio di cose inutili e che non userò, e manco di quegli accorgimenti che la fanno arrivare a destinazione integra e profumata. Quindi il suggerimento di Maria di “scegliere un colore guida di base” mi è stato utilissimo. Il colore di base è il blu? Sotto a infilare in valigia abiti, scarpe, accessori e quant’altro di colori che ben si combinano con il blu. Vi sembrerà sciocco, ma ho applicato il concetto del colore guida di base a un viaggetto che ho fatto recentemente in Sicilia, e mi è funzionato a meraviglia.

 

La gatta non è venuta in Sicilia con me 🙂 Ho messo la foto per spezzare il testo…

L’altra rivelazione, che per me suona più come un’assoluzione, è di carattere un po’ meno pratico ma altrettanto importante. Ad un certo punto Maria dice:

“Il fatto è che quando parto mi voglio portare dietro la mia vita. E questa, se purtroppo o per fortuna non so, ha un peso e una dimensione che non cambia in rapporto alla durata del viaggio. Nè riesco a prendere in considerazione l’ipotesi di lasciarne un pezzo a casa”.

Per me è esattamente così, ma non me l’ero mai espressa in termini così chiari. Ogni mio spostamento era sempre accompagnato da un vago senso di colpa perchè la mia valigia era sempre overweight, la più grande e pesante. Ogni volta che parto sento uno strappo quasi fisico all’idea di separarmi dai miei libri, ad esempio, ma non solo. Mi viene improvvisamente voglia di mettere in valigia anche il gioiello che magari non indosso mai, ma che mi fa star bene quando lo guardo, o la sciarpa che probabilmente non potrò indossare perchè farà troppo caldo, ma che era di mia mamma e me la ricorda. E dato che ho una vita intensa, gli oggetti che la popolano sono tanti e pesanti: libri, appunto, e poi diari, taccuini vari, computer, tablet e caricatori di ogni sorta, e anche se non sono una per cui l’aspetto esteriore è fondamentale, caccio sempre in valigia ogni tipo di abbigliamento, scarpe e accessori.

io viaggio da sola

Con la sua semplice frase, e le spiegazioni che la seguono, Maria mi ha fatto capire che in fondo non c’è nulla di male nel voler continuare la propria vita anche quando si viaggia, perchè il viaggio non dev’essere una sospensione, ma una continuazione di quello che si vive, soprattutto quando se ne ama ogni momento.

A parte questi due punti, il libro è pieno di condivisioni stimolanti. Ad esempio nel raccontare il suo rapporto con i luoghi (compresi gli hotel e i ristoranti) che di volta in volta Maria visitava, mi ha dato tanta voglia di scoprire posti nuovi e di entrarci intimamente in contatto. Il calore che Maria descrive nel perdersi per le stradine sconosciute di un posto nuovo, nel sedersi al bancone di un bar e scambiar quattro chiacchiere con il barista, nel fermarsi ad assorbire una particolare scena, è veramente contagioso.

Toccante è il dolore che pervade tutto il libro. Maria racconta che ha cominciato a fare del viaggio il fulcro della sua vita nel ’98, quando è morto il suo amato compagno. Un viaggio fisico e geografico, certo, nel quale però si è disegnato un altro viaggio, un percorso più intimo, fatto di scoperte e di confronti. In ultima pagina Maria si chiede se ne valeva la pena, “non di viaggiare, su questo non ho dubbi […] ma di soffrire così tanto“. E la risposta è:

“No, perchè il dolore non fa bene. Il dolore fa male. E fa perdere: luoghi, persone, tempo. Sì, perchè solo se si mette in conto di vivere ci capiterà di trovare qualcosa di molto bello e qualcosa di molto brutto”

Ed è esattamente come mi sento io, più fortunata di Maria perchè il mio viaggio sta ancora continuando. Quanti luoghi, persone e tempo ho perso nella mia vita, ma quanto ho guadagnato ogni volta che ho tirato giù la mia grande valigia e ho cominciato a riempirla per andare incontro a un nuovo viaggio.

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