Abituarsi ai cambiamenti quando si vive all’estero

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Una delle sfide del vivere all’estero è che quando si torna in patria, ci si trova spesso a dover metabolizzare cose che stanzialmente vengono elaborate con la dovuta calma e serenità.

Questa è mia madre con il suo gattino di peluche. Lei pensa che sia vivo, e a volte si preoccupa di perderlo. Non lo lascia mai. Le infermiere glielo mettono sul tavolo quando mangia, e nel letto quando dorme. Che sono poi le uniche due attività a cui si è ridotta la sua vita.

Ogni volta che torno dal mio estero mi trovo ad affrontare cose nuove con lei. Non mi riferisco al suo deterioramento, perchè con l’allegria e la serenità che da sempre la contraddistinguono, mia madre continua pervicacemente attaccata alla vita. Parlo delle situazioni a cui io, in quanto figlia, mi devo abituare nel giro di un volo aereo, perchè ero lontana quando le cose son cambiate.

Ad esempio, tutt’ora fatico molto, quando torno in Italia, ad abituarmi all’idea che non posso più chiamarla. Fino a un certo punto della sua vita, mia madre mi scriveva delle mail e si collegava regolarmente su Skype per parlarmi. Quando ha abbandonato le mail, perchè cominciava a faticare a scrivere sulla tastiera, ha mantenuto le chiamate, si trattava solo di cliccare un pulsante. Poi ha perso l’uso delle gambe e un po’ della testa, e il computer è stato archiviato insieme a tantissime altre cose che riempivano la sua vita. Restava però il telefono, che usavo regolarmente sia da lontano, che quando rientravo in Italia e passavo dei periodi in Toscana, dove era diventato impossibile portarla.

Poi è arrivato il momento in cui anche il cellulare è diventato inutile, non riusciva più a usarlo. Ricordo chiaramente la prima volta che questa cosa mi ha colpita duramente. Ero rientrata per le vacanze estive, e arrivata in Toscana. Dopo aver aperto la casa, verso sera il pensiero è istintivamente corso a lei e al fatto che dovevo avvisarla che ero arrivata bene, e sentire come stava. Ma non potevo, perchè il cellulare non ce l’ha più. Le nostre conversazioni (quando riesce a mettere insieme sei parole son già contenta) sono ora limitate a quando mio fratello la va a trovare in casa di cura, e le tiene il telefono all’orecchio mentre io ripeto di avere pazienza che presto tornerò a trovarla.

Questo è solo un esempio, ma di cose ce ne sono un’infinità, sia legate a lei che ad altre situazioni. Dire addio alle persone, alle cose, alle fasi della vita, ai sentimenti, è un processo che richiede tempo, fiducia e pazienza. Quando si vive all’estero e si torna per periodi limitati, il processo subisce un’accelerazione improvvisa, perchè di colpo ci si trova catapultati di fronte alla nuova realtà. Realtà che mentre si è lontani spesso ha i contorni nebulosi, non ci penetra con la forza riservata alle interazioni nel quotidiano.

Ricordo ancora quando è mancato mio suocero. Io ero col mio primo figlio a Bissau, ed è stato impossibile organizzarsi per tornare tutti per il funerale. Stessa cosa con mia suocera qualche anno più tardi. In entrambi i casi avevo salutato due persone sperando (quando l’età dei tuoi cari avanza, la speranza assume un ruolo preponderante nei rapporti 🙂 ) di rivederli al rientro, e invece sono tornata e loro non c’erano più. Niente più pranzi insieme, scherzi, chiacchierate, niente più spazio nel quotidiano per loro. E non ero passata attraverso il processo del funerale, doloroso ma necessario per elaborare la perdita in maniera più dolce.

Questo è un altro aspetto dell’espatrio che in questa fase della vita, e soprattutto con la situazione attuale di mia madre, mi salta agli occhi e all’anima con prepotenza. Non è necessariamente negativo, e non mi spaventa. Ma fa parte anche lui di quel bagaglio di fatiche e particolarità che contraddistinguono una vita spesa in più luoghi, e che diventa davvero arduo comunicare a chi non lo prova sulla propria pelle.

 

 

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