Il primo gesto d’empatia nella mia vita

Voglio raccontarvi di un lontanissimo giorno in cui ho imparato per sempre cosa vuol dire empatia.

uk-flagChe io sia una persona felice non c’è dubbio. Ed è anche assodato che la mia carica di ottimismo e allegria mi vengono in parti uguali da mia madre e mio padre. Sono cresciuta respirando molto amore, e per questo sono grata anche ai miei fratelli e a mia sorella, più grandi di me, che mi hanno coccolata, seguita, amata, stimolata e fatta sentire sempre una personcina importante.

L’altro giorno stavo pensando all’empatia, un tema su cui torno spesso dopo il discorso di Chris O’Shaughnessy alla FIGT16, e dopo aver lanciato l’ultimo progetto di Expatclic. E mi sono ricordata che uno degli articoli che abbiamo pubblicato su What Expats Can Do riguarda proprio l’empatia che in Danimarca viene “insegnata” ai bambini. Il primo gesto d’empatia che ricordo nella mia vita  mi viene proprio da una bambina, ma una bambina talmente piccola che sicuramente non aveva imparato a scuola come comportarsi con gli altri. Semplicemente, era così, e se mi ricordo il suo gesto ancora oggi, dopo 51 anni di vita, e come se l’avessi vissuto ieri, è perchè ha avuto un impatto fondamentale su di me e sulla mia vita in quel momento.

Correva l’anno 1966 e io affrontavo il mio secondo o terzo, forse quarto giorno d’asilo. Me lo ricordo come un incubo. Oltre al fatto che non avevo nessuna voglia di staccarmi da mia madre, c’era una bimba, Rita (ricordo ancora il suo nome) che mi tirava i capelli, e questo aggiungeva angoscia al mio già tribolato rapporto con l’asilo. L’edificio con quell’odore di riso cotto, il linoleum verde e il mondo chiuso fuori, mi metteva addosso il primo vero sentimento di disperazione che ricordo nella mia vita.

E poi un flash: una bambina dai capelli scuri mi si è avvicinata, mi ha presa per mano (credo), mi ha portata a un mobiletto dove c’erano alcuni giochi, ne ha preso uno e me l’ha teso con aria incoraggiante. E’ stato un attimo, ma è bastato per rovesciare completamente il mio umore e farmi tornare serena. Quella bambina si chiama Paola, e da allora non ci siamo più perse di vista, ma questa è un’altra storia.

Io e Paola, in secondo e terzo piano

Il punto è che con quel gesto Paola mi ha fatto sentire meno sola. Mi ha fatto capire che in quel posto odioso c’erano altre bimbe, come me, e che giocare insieme a loro poteva essere una via per passare per quel calvario. E una via anche abbastanza divertente, peraltro, perchè a me giocare è sempre piaciuto tantissimo. Mi ha fatto capire che non ero sola nella mia disperazione. Che lei era lì, e che forse, insieme, potevamo ribaltare la tristezza per creare uno scenario sereno. Insieme.

Il gesto di Paola in quella lontanissima mattina racchiude il senso della mia vita, e quello che ho continuato a ripetere in tutto ciò che ho fatto. Forse, se sono diventata quella che sono, lo devo anche a lei e all’avermi fatto sentire capita, accettata e appoggiata. Quello che Paola stava facendo, senza saperlo, era proprio di esercitare l’empatia, una cosa che tutti dovremmo fare, sempre e sempre di più. Metterci nei panni degli altri e provare quello che provano loro. E poi agire di conseguenza. Può sembrare una cosa difficile ma non lo è. Se la mia amica Paola lo sapeva già fare a tre anni, ce la possiamo fare anche noi 🙂

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