L’accoglienza al ritorno

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Mi sono resa conto che si è ormai persa l’abitudine – almeno per quel che mi riguarda – di andare ad accogliersi in aeroporto.

Ma questa volta rompo la routine.

Oggi volo in Italia. Un viaggio massacrante, tre scali, e con la mia solita spalla scianca. Pensando in anticipo alla fatica che sarà, mi sono trovata a desiderare intensamente che qualcuno venisse a prendermi in aeroporto. Per aiutarmi con la valigia, per evitarmi l’ulteriore fatica di doverla trascinare su e giù dai mezzi per arrivare a casa.

Mi sono però resa conto, con una punta di tristezza, che da anni ormai nessuno si offre più di venirmi a prendere quando ritorno. Non lo dico con rimprovero. Io stessa ormai non annuncio quasi più i miei rientri, e ammetto che ultimamente sono tornata così spesso che alla fine è diventata quasi routine.

Mi sono abituata a uscire da sola agli arrivi nei vari aeroporti, sotto lo sguardo di tutte le persone che aspettano che la porta automatica si apra e appaia il loro caro. Devo dire che mi dà sempre un po’ di tristezza allontanarmi trascinando la mia valigia, mentre magari la donna che è uscita prima di me è allacciata in un allegro abbraccio con chi è venuto ad accoglierla.

Ho ripensato ai primi anni del mio espatrio. I miei ritorni erano una tale novità, e la mia assenza si era talmente sentita, che c’era sempre qualcuno degli amici o della famiglia ad aspettarmi. Anche in altri aeroporti del mondo, sono stata accolta da visi conosciuti, come quella volta in cui mio figlio Mattia è venuto a prendermi a Heathrow, quando io tornavo a Londra dopo 17 lunghissimi anni di assenza. E non posso fare a meno di pensare al volto pallido e tirato di mio fratello che è venuto a prendermi a Linate un giorno di gennaio di ventun’anni fa, per annunciarmi che mia sorella era già mancata.

E’ così bello arrivare in aeroporto e vedere un volto amato tra la folla in attesa. E’ bello non riuscire a controllare il sorriso e abbracciarsi con gioia mentre tutto il resto intorno si cancella. Soprattutto se si arriva da ore e ore di massacranti voli.

Quindi questa volta ho deciso. Ho pensato a una persona alla quale avrei potuto chiedere di venirmi a prendere (fotunata me che ho nella mia vita persone alle quali rivolgermi senza problemi per queste cose), e mi imbarco sapendo che alla fine di quel tratto – che adoro – in cui sono sospesa tra una realtà di vita e l’altra, le porte si apriranno su un sorriso famigliare e  l’inizio di questa breve tranche europea sarà caldo, affettuoso e accogliente.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. trentazero ha detto:

    Ti capisco direi.

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