Perchè amo Alejandro Palomas

il

Ho finito la lettura di “Un Perro”, di Alejandro Palomas. Una riflessione s’impone.

Avevo già parlato qui di “Un figlio”, del catalano Alejandro Palomas. Un libro che mi aveva molto toccata e che ancora oggi ricordo con tenera lucidità. Era stato proprio in seguito alla lettura di quel libro che avevo deciso di proporre Palomas come autore al nostro book club di Jakarta, nel quale discutiamo autori e singoli libri a mesi alterni. In quell’occasione avevo letto L’anima del mondo e Capodanno da mia madre.  Quest’ultimo mi era particolarmente piaciuto, e lo avevo lasciato andare, a lettura terminata, con tristezza. E’ uno di quei libri che si leggono d’un fiato e ai cui personaggi ci si affeziona e abitua, quei libri la cui mancanza si fa sentire a lungo.

Un perro (non ancora tradotto in italiano) è il seguito di Capodanno da mia madre. Ci ritroviamo la stessa famiglia, la stessa madre, Amalia, così improbabile ma così umana, i tre figli, Silvia, Emma e Fer, e un cane in più. Ed è intorno a questo cane che ruotano le poche ore nelle quali si svolge il romanzo, ore dense di dolore e rivelazioni. Ore durante le quali l’autore ci tiene inchiodate a una sedia a tastare il tessuto dei rapporti tra i personaggi, in un continuo vai e vieni di ricordi e vicende passate.

E’ molto doloroso il romanzo. A volte sembra quasi avvitarsi su questo dolore, ogni personaggio ha la sua parte, c’è stata sofferenza nel passato, hanno sofferto i figli da bambini quando vedevano la madre sparire per diversi giorni, ha sofferto la madre durante un matrimonio che la stritolava, e poi hanno continuato a soffrire tutti, ognuno per questioni diverse, una volta diventati adulti. Ma è proprio in questo che emerge forte e chiaro il messaggio del romanzo: cosa c’è a tenerci in vita, cosa ci dà la spinta per continuare, su cosa possiamo contare quando anche l’ultimo filo di speranza si spezza?

La risposta sembra ovvia. Con il continuo riferimento alla zattera che ospita Amalia, i suoi figli, e i cani che hanno segnato le loro vite, è implicito che è la forza della famiglia unita che aiuta a sopravvivere. Ma questa ovvietà non è regalata. I rapporti tra Fer, il narratore, e sua madre Amalia sono faticosi, Silvia, la figlia maggiore, è piena di risentimento verso Amalia per questioni irrisolte e per cose che accadono costantemente nel presente. I rapporti non sono idilliaci e leggeri, anzi. C’è tanta solitudine e tanta incomprensione, come succede nelle famiglie reali. Ci sono

[…] le luci e le ombre che ci separano, i conti in sospeso e gli angoli mal ventilati […], l’inciampare, la goffaggine, i tasti stonati e i pezzi perduti del rompicapo che siamo insieme e anche separatamente…

(la traduzione, ovviamente, è mia)

Però poi arrivano i cani. Max, Shirley e R., e tutte le storie che ruotano loro intorno e che cambiano la geografia dei sentimenti in famiglia. I cani che sono un pretesto per dirsi le cose, per allacciarsi e perdonarsi, per incoraggiarsi e per amarsi. In questo romanzo R. è al centro di tutto. R., il cane di Fer, è arrivato tra una madre e un figlio ed è diventato l’ago della bilancia di un rapporto fatto di tanto amore, ma anche di spazi da riconquistare quotidianamente e di rivendicazioni inascoltate. Palomas è maestro nel descrivere le leggerissime fluttuazioni sentimentali tra i personaggi, a spiegare quello che, com’è sicuramente accaduto a tutti soprattutto nei rapporti famigliari, neanche noi in prima persona riusciamo a comprendere.

Si potrebbe dire di questo romanzo che è esagerato. Esagerato nella descrizione quasi caricaturale di una madre che sembra non ascoltare, non sapere, non avere contatti con la realtà più spesso che non. Che è inverosimile, perchè una carrellata tale di disgrazie, fraintendimenti e tristezze è davvero un bel record. Che è puerile, perchè i personaggi a volte sforano in questo, in una puerilità che toglie mordente alla storia, perchè sembra fine a se stessa.

Io ho preferito gustarmelo per altri motivi, più grandi, motivi per i quali si perdona tutto questo. L’ho gustato perchè è un racconto onesto e spietato di quello che succede nelle famiglie, perchè è magico nel modo di trattare il dolore, perchè in Amalia ritrovo tratti di mia madre e vedo un po’ della mamma che sarò tra una ventina d’anni.

Voglio concludere con uno dei miei passaggi preferiti (sempre tradotto da me):

“La famiglia è un continuum di naufragi che marcano le morti e le nascite. Tra le une e le altre, il tempo s’insinua e spinge, lavorando di scalpello sulla storia. Per questo, essere famiglia è anche esserlo dei nostri vivi e dei nostri morti, dei ricordi, di quello che avrebbe potuto essere e non è stato e delle conversazioni che sono rimaste nell’aria e che ripetiamo a voce alta quando siamo soli, invocando la vicinanza di chi se n’è già andato. Siamo famiglia delle delusioni che han vissuto i nostri antenati, dei loro successi, le loro fantasie e i loro sogni, e lo siamo anche della scia di nomi, volti e ricordi che ognuno di questi naufragi comuni lascia dietro di sè”.

E mentre traduco questo passaggio non posso fare a meno di ricordare che in Andalusia, durante uno splendido viaggio che ho fatto con mio marito e i miei figli qualche anno fa, in tutti i ristoranti ci salutavano chiamandoci “Familia”. E ogni volta la cosa mi riempiva il cuore di calore.

 

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. mociferradas ha detto:

    Ahora te toca leer “un amor”, que es la secuela!

    Enviado desde mi iPhone

    1. claudialandini ha detto:

      No lo sabia Moci, gracias!!!!!

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